Storia del Satanismo

Tracciare una panoramica ideale e semplicistica della storia del Satanismo è cosa assai ardua e difficile. Proporsi il fine di inquadrare in un unico fotogramma la complessità della filosofia del culto, con tutte le sue varianti, le sue cause, e i suoi possibili risvolti in ambito personale, l’unico nel quale una sorta di “sentire” metafisico è accettabile, è un compito che richiede impegno e disponibilità mentale di lasciar cadere i propri pregiudizi, distruggere una propria realtà se necessario, per cercare di cogliere nel seme più intimo come effettivamente la realtà satanica a noi oggi nota si sia evoluta nel corso della storia. È mio personalissimo interesse cercare di sviscerare e trovare anche i più occulti agganci con quanto di, apparentemente, più lontano vi possa essere dal Satanismo propriamente detto, poiché la realtà del culto di Satana è nascosta, remota, antica e moderna allo stesso tempo; una realtà nella quale confluiscono pensieri e filosofie diverse, iconografie, rituali, pantheon e scritti provenienti da tutta una varietà di culture e ideologie che è impossibile elencare.

“L’ascendenza di Satana è il risultato di un elaborato incrocio di tradizioni che è durato millenni.”
Chris Mathews, Modern Satanism: Anatomy of a Radical Subculture

Tuttavia, già parlare di una definizione del Satanismo è qualcosa di limitante, parziale, che può dare delle risposte giuste ma che sempre finirà con l’essere qualcosa di incompleto vista l’ampiezza e la difficoltà del compito che ci si propone. L’unico modo per cercare di fare ordine in qualcosa che ordinato non è, è abbandonare le definizioni semplicistiche, ma che poi, al sopraggiungere dei fatti, non sono spendibili nella realtà. Ebbene, se si riesce a distruggere questo primo ostacolo e si giunge ad un più alto grado di pensiero, qualcosa si può cogliere. Sarà pertanto doveroso per chiunque voglia districarsi nel groviglio in cui ci si sta addentrando, abbandonare il sistema definitorio e prendere per buono un altro modello di pensiero, quello per immagini.

“Da lungo tempo ormai mi son reso perfettamente conto che io penso per immagini o raffigurazioni.”
De Chirico

Se si vuole prendere come punto di partenza del Satanismo il Paganesimo antico, gli agganci sono molteplici e le coincidenze numerose. Si parla di una varietà di Divinità che presentano caratteristiche affini, o uguali, a quelle che vengono comunemente accostate alla figura propriamente detta “Satana”, che come parola, e non come entità, compare per la prima volta in ambito biblico.

«La partenza di Balaam provocò lo sdegno di Dio. Balaam cavalcava l’asina, accompagnato da due servitori. L’angelo del Signore andò a piazzarsi sulla strada per sbarrargli il passaggio. »
Numeri 22.22

Il termine “Sàtan” qui è assunto per indicare l’angelo avversario di Balaam, agli ordini di Dio e impegnato a far sì che l’uomo davanti a lui non percorra una strada sbagliata, qui intesa come “errore irreparabile”. Rimanendo in ambito biblico, e più specificatamente, ebraico, la parola “Sàtan” è citata solo ventisette volte, e rimane una figura di poco conto e poco valore, anche perché nelle citazioni essa NON è un nome proprio, ma un semplice aggettivo qualificante, significa “avversario”, “oppositore” e viene applicato sopratutto agli uomini (solo in Giobbe, che è un libro allegorico, si applica chiaramente a un ente con poteri sovrannaturali, figura comunque ancora molto distante dal Satana cristiano e che qui si rivela piuttosto come servo di Dio che “Inquisisce” le virtù dei suoi fedeli); tutt’altro avviene con gli altri demoni che vengono presentati, tutti derivati da un’originaria divinità egizia o cananea, demonizzata dal popolo ebraico in seguito a ragioni di carattere nazionalistico e indipendentista, e il periodo della schiavitù egizia fa la sua parte, facendo conoscere al gelosissimo popolo “eletto”, una realtà assolutamente diversa, occasione dalla quale si ricorderanno parecchie caratteristiche degli Dei stranieri che serviranno poi per la futura genesi della figura del Satana biblico. L’identificazione, tardiva, del serpente dell’Eden con Satana, non è assolutamente di matrice ebraica, per la cui cultura l’animale non ha uno scopo rappresentativo, se non legato proprio al fatto biblico, ma cristiana.
Dopo il periodo del Secondo Tempio i rabbini torneranno sulla linea di pensiero concatenata alla figura di un unico Dio completamente amorevole e benevolente, ma ciò nonostante, una figura maligna è sempre presente, anche se il Diavolo, per l’ebraismo, altro non è che la rappresentazione degli errati comportamenti umani.
Volendo cambiare completamente terreno e ravvisare Satana con nomi diversi nei vari pantheon pagani prima dell’avvento del cristianesimo, come abbiamo già detto, è bene partire con una premessa che ci eviterà errori imbarazzanti e non affatto supportati da una benché minima prova storiografica: la sovrapposizione della figura di Satana con quella di Enki è avvenuta per la prima volta con l’avvento di JoS; non vi sono fonti, dirette o indirette, le quali lascino trasparire una minima peculiarità che sia condivisibile dal Satana propriamente inteso, ossia, non vi sono prove archeologiche, letterarie, eccetera, che supportino empiricamente un tale accostamento. Tra gli Dei del Paganesimo e quelli del Satanismo vi sono certamente delle somiglianze assolutamente non arbitrarie e collegate tra loro grazie all’operazione di demonizzazione che le figure divine della Vecchia Religione, non in modo minore quella greca e romana, hanno subito con l’avvento su larga scala dei monoteismi. Trovarle è certamente un’operazione molto interessante, che deve però essere portata avanti con la massima delicatezza e sensibilità storica per evitare di fare un miscuglio che non porterebbe a nulla di veritiero, e con ciò, volendo condurre un’analisi parallela, analizzeremo le divinità pagane nelle quali più si riscontrano delle caratteristiche condivisibili con quelle di Satana:
• Dioniso: Già riconosciuto da LaVey, l’accostamento Satana-Dioniso è uno dei più condivisi dagli stessi appartenenti al culto, i quali vedono nel carattere liberatorio del Dio dell’ebbrezza un’analogia con il caos e la ribellione che il Dio certamente porta. Rimando qui una citazione del mio articolo sui culti misterici: “Figlio di Zeus e della principessa tebana Semele, egli era detto il “nato due volte”, perché, tratto prematuro dal ventre materno, fu incubato in una coscia del padre, finché non fu il momento di venire alla luce; infatti la madre, che lo aveva generato, era morta incenerita per aver chiesto al suo divino amante la grazia di farsi vedere in tutto il suo splendore. Per sottrarlo alla gelosa vendetta di Era, Zeus lo portò lontano dalla Grecia sul monte Nisa. Qui Dioniso fu allevato dalle ninfe del luogo che furono successivamente ricompensate, ottenendo di venire poste in cielo, tra le stelle, come Iadi. Era già adulto e aveva inventato il vino quando Era lo rese pazzo. In preda alla frenesia errò a lungo attraverso l’Egitto e la Siria, quindi risalì le coste dell’Asia e giunse in India, dove fu accolto dalla Dea Cibele, che lo purificò, liberandolo dalla follia e lo iniziò ai riti del suo culto. Durante queste sue peregrinazioni Dioniso insegnò agli abitanti delle regioni che percorreva l’arte della coltivazione della vite e pose al tempo stesso le basi del vivere civile. Al suo ritorno in Europa giunse in Tracia, quindi si trasferì nella natia Tebe dove affermò la sua potenza: il re Penteo tentò di opporsi al nuovo culto ma venne bestialmente punito: Dioniso fece impazzire le donne della città, colpendo per prime le sue zie (Agave, Ino, Autonoe) le quali a loro tempo non avevano dato fiducia alle affermazioni di Semele che diceva d’esser stata messa incinta dal padre degli Dei. Sconvolse l’intera città che continuava a negare la sua divinità e si rifiutava di adorarlo. Le cittadine tebane lasciarono la città per andare nei boschi del monte Citerone a celebrare le orge sacre a Dioniso. Infine spinse lentamente alla pazzia anche re Penteo, convincendolo a travestirsi da donna per andare a spiare le menadi mentre celebravano nei tiasi i riti sacri al Dio. Attirato sul monte, lo fece uccidere dalle donne tebane, che invasate dalla divinità, scambiarono Penteo per un animale selvatico. Il sovrano venne letteralmente fatto a pezzi. La prima ad avventarsi su di lui fu proprio Agave, sua madre, posta a capo di un gruppo di baccanti. La donna tornò a Tebe con la testa del figlio su una picca e la riconobbe troppo tardi, quando infine scoppiò in un pianto disperato. Dioniso condannò all’esilio da Tebe i suoi parenti, garantendo così la sua totale vendetta. Ad Argo, dove si recò in seguito, manifestò la propria potenza in modo analogo: facendo impazzire le figlie di re Preto e tutte le donne del paese che divorarono i propri figli. Poi il Dio volle recarsi a Nasso e salpò su di una nave di pirati tirreni; l’infido equipaggio, però, prese la rotta dell’Asia con l’intenzione di vendere come schiavo l’illustre personaggio, ma furono tutti mutati in delfini. Dopo avere in tal modo gradualmente imposto il dominio del suo culto, la natura divina di Dioniso fu riconosciuta da tutti e il dio poté ascendere al cielo a prendere posto tra gli Olimpi. Uno dei suoi primi atti, come Dio, fu quello di rapire Arianna, abbandonata a Nasso da Teseo, che divenne sua sposa. Si narra anche di una sua storia d’amore con Afrodite da cui sarebbe nato Priapo, il grottesco Dio della fecondità dall’enorme membro, patrono delle forze generatrici della natura, ma essa è solo una delle numerose relazioni del Dio.
Dioniso è un Dio che rompe gli schemi sociali, ai suoi misteri, nonostante la partecipazione sia essenzialmente femminile, possono prendere parte anche i maschi e gli schiavi.
Durante le celebrazioni gli iniziati si identificano con il Dio acquisendone il furore e facendo rivivere le sue vicende, si riuniscono tutti in un corteo, il tiaso, dove tutti, le donne come baccanti e gli uomini travestiti da satiri, si abbandonano alle più estreme sfrenatezze al limite della decenza, la violenza e il sangue scorrono, la sessualità e la depravazione, la dissolutezza, l’incesto, la lascivia, l’ubriachezza e l’annullamento dell’individualità portano i partecipanti a un furore brutale. Vengono uccisi animali a mani nude e le loro carni vengono mangiate crude, e attraverso l’ingestione del sangue si onora Dioniso, si sperimenta la zoè e si percepisce il caos dell’esistenza e la forza della natura.”
• Pan: Dio della vegetazione e dei pascoli, della sessualità volta al puro godimento fisico, del piacere più basso, dello stupro e della masturbazione. Pan ha un’iconografia che rimanda decisamente al classico stereotipo di Satana, e ciò non è un caso, proprio perché viste le forte connotazioni sessuali di cui si faceva Dio, la moralità assente e la violenza di alcuni miti che lo vedono protagonista, la Chiesa decise di utilizzare i suoi attributi per simboleggiare il corruttore dell’umanità.
Dal suo nome deriva il sostantivo panico, originariamente timor panico o terror panico, poiché il dio si adirava con chi lo disturbasse emettendo urla terrificanti, provocando così una paura incontrollata. Pausania descrive come i Galli, saccheggiando la Grecia, videro nel tempio di Delfi la statua del dio Pan, e ne furono così tanto spaventati, che fuggirono; alcuni miti raccontano che lo stesso Pan venne visto fuggire per la paura da lui stesso provocata. Ma il mito più famoso legato a questa caratteristica è la titanomachia, durante la quale Pan salva gli Olimpi emettendo un urlo bestiale.
Il pagano Plutarco, nel suo De defectu oraculorum, racconta di come Pan sia stato l’unico Dio a morire. Durante il regno di Tiberio la notizia della sua morte venne rivelata a tale Tamo, un mercante fenicio che sulla sua nave diretta in Italia sentì gridare, dalle rive di Paxos: “Tamo, quando arrivi a Palodes annuncia a tutti che il grande dio Pan è morto!”. Gli studiosi si dividono tra il significato storico e quello allegorico. Secondo Robert Graves, per esempio, il grido non fu “Thamous, Pan o megas tethneke,” ma ”Tammuz Panmegas tethneke”, che significa “L’onnipresente Tammuz è morto”, cioè il dio babilonese della natura, a indicare così la fine di un’oscura era politeista, di cui aver “timor panico”, e l’inizio di un nuovo mondo sotto la luce di Cristo, morto appunto sotto l’impero di Tiberio (così Eusebio di Cesarea nel suo Praeparatio Evangelica).
A partire dall’epoca romantica, soprattutto in Inghilterra, la figura di Pan venne però enormemente rivalutata, in quel mondo avviato verso l’industrializzazione e la distruzione progressiva dell’ambiente naturale, come reazione vi fu una ricerca della purezza delle origini e così il Pan romantico divenne quasi il dio della natura per antonomasia. Tra l’altro, la voglia di tornare alla purezza dei costumi del passato fu una caratteristica onnipresente anche nella patria del suddetto movimento artistico, ed è a questo periodo che torna in auge l’interesse per l’antico e la mitologia germanica.
Il successivo passaggio di rivalutazione viene spiegato da Hutton con i lavori dell’antropologa Margaret Murray: il dio divenne il fulcro degli studi dell’autrice ed in particolare di una sua tesi molto controversa, secondo la quale Pan era al centro di un culto pagano, sopravvissuto all’avvento del Cristianesimo, un culto poi catalogato e perseguitato dall’inquisizione come stregonesco. In seguito a queste premesse, la figura di Pan venne quindi sincretizzata con quella di altre divinità cornute come Dioniso e Cernunnos, divenendo la divinità principale dell’odierna religione Wicca.
• Cernunnos: nome latinizzato dell’originale “Kernon” celtico, il Dio delle sacre querce, lo spirito divinizzato degli animali, in particolare dei cervi, i quali lo rappresentano, ed è, insieme a Pan, il Dio cornuto dalle più forti connotazioni sessuali. I rituali in suo onore si tengono nei boschi, e sono cerimonie animalesche nei quali si richiama anche la forte natura sessuale da lui rappresentata. Il fatto che sia rappresentato da un cervo non è una coincidenza, poiché l’animale matura le sue corna proprio durante il periodo dell’amore, le quali poi cadono e si rinnovano ogni anno. Questo è uno dei tanti motivi per cui tutti gli Dei cornuti, o quasi, rimandano a un qualche ambito della sfera sessuale, o più frequentemente, alla sua totalità, e, guarda caso, sempre a livello animalesco.
• Seth: qui giungiamo infine a trattare una figura decisamente strana; classicamente, Seth è il Dio del caos, della violenza, degli stranieri, e del deserto infecondo, colui che uccise suo fratello Osiride, preposto invece a protezione del nero limo fertile, per usurparne il potere. È un Dio mai compreso fino in fondo, di cui non conosciamo ancora l’animale simboleggiante, chiamato tutt’oggi “animale di Seth”, proprio per la nostra ignoranza in merito, né tantomeno l’esatta pronuncia del nome.
Durante la XIX dinastia il nome di Seth torna a comparire nelle titolature reali come nomen (Seti I e Seti II), lo stesso tempo nel quale viene rivalutato a causa del legame sacerdotale tra il potere regale e il Dio stesso, e le raffigurazioni che lo vedono sulla prua dell’imbarcazione notturna di Ra, impegnato nel conflitto con Apopi, risalgono proprio a questo periodo. È stato la maggiore divinità degli Hyksos, come pure il protettore dei sovrani condottieri Ramessidi, divenendo infine la divinità dei paesi stranieri e quindi un Dio ostile. Seth è il Signore del deserto, adorato dai carovanieri che si spostavano tra un’oasi e l’altra. È però una divinità a tutti gli effetti, di pari potere agli altri e che merita adorazione per la sua possanza. Assolve, inoltre, anche compiti fondamentali: è il dio della guerra e della forza bruta, che insegna ad asservire nella lotta violenta per vincere in battaglia e trovare l’onore. Il Compendium Daemonii stesso supporta la tesi secondo la quale Seth sia una delle forme primigenie di Satana.
A proposito di parallelismi con altri culti, il satanista laveyano Vexen Crabtree illustra altre figure religiose metafisiche che a suo avviso sono assimilabili all’archetipo satanico. Uno probabilmente valido e decisamente interessante è ad esempio quello ravvisato tra il Satana cristiano e il Mara Buddhista, entrambi simboli del male perché forze delle passioni e dei desideri carnali umani
Ora però, non vogliamo certo cadere nel banale errore di fraintendimento tipico dei profani, ossia ritenere le caratteristiche sopra indicate peculiari di un Dio maligno e menefreghista; tralasciando il fatto che, e lo dico a sprezzo di tutte le accuse che mi si possono muovere contro, nulla di male ci sarebbe nell’ispirarsi a un Dio così forte e freddo, proprio per acquisire una padronanza bestiale di sé stessi, è doveroso rimandare anche l’aspetto luminoso del Dio al quale tutti ci ispiriamo: Lucifero. La stessa formula rituale “In nomine Dei nostri Satanas Luciferi excelsi”, non è un qualcosa da ripetere come automi ignorandone completamente il senso. Il porre una dualità in una formula così famosa sta ad indicare i due aspetti del Dio, quello bestiale, caprino, furioso, animalesco, quello che non viene accettato dal Satanismo buonista e, come a tanti piace definire, “sicuro”. Parlando di “Via della Mano Sinistra”, bisogna infatti essere coscienti che si nomina un percorso non affatto facile, non affatto sicuro e non affatto tranquillo, nel quale non è sufficiente leggere un singolo libro, quando vi è la decenza di farlo, un sito, o peggio ancora, basarsi solo sul proprio sentimento, senza riempirsi la bocca di inutile retorica e nozioni storiche completamente prive di fondamento o di senso. Il sentimento per così dire “fideistico”, è presente, specie agli inizi del proprio percorso, e non si parla solo di Satanismo, un sentimento di “fede” irrazionale, è normalissimo, ma è una fede che si basa sul nostro sentimento il quale verrà poi messo alla prova, testato, distrutto e ricostruito sulle vecchie macerie dell’ignoranza pregressa, sia agli inizi, per capire se questa è la strada che fa per noi, sia durante le ricerche e le esperienze che si accumulano durante il percorso, e il sentire dovrebbe essere solo la piattaforma di lancio per poi gettarsi in ricerche più concrete, dapprima sui libri, e infine passando alla pratica. Non è possibile tirare a campare nella via satanica continuando a pensare che gli Dei siano tutti buoni e pronti a donarci irrimediabili segreti occulti se e solo se siamo belli innamorati di loro. Tuttalpiù, questa è la base su cui poi uno deve spingersi oltre fino ai limiti estremi della propria mente e del proprio fisico, perché credere e ritenere che tutti i grandi maghi della storia siano stati degli incapaci e degli illusi dai grigi, è pressoché imbarazzante. Quindi, il Satanismo, quello vero, richiede il sangue, l’autosacrificio e l’oscurità, e per oscurità si intende proprio Oscurità, non un semplicistico amore del buio correlato da una frase ad effetto che lascia trasparire soltanto idiozia e banalità trita e ritrita da un sito o l’altro, anche perché, la visione di un Satanismo che “rimpiazza” il cristianesimo, e che ruba a destra e a manca tradizioni orientali sputando poi nello stesso piatto in cui mangia così di gusto, nasce solo ed esclusivamente con il JoS.
È per questo motivo che il Satanismo non sa cosa farsene di meditazioni spicce adattate per la mentalità occidentale; credere o meno al concetto di Shakti nel corpo umano, ovvero sia chakra e kundalini, e, conseguentemente, passare alla pratica, sta alla potestà del singolo satanista, ma lo stesso satanista DEVE sapere che questi sono concetti originari del sub-continente indiano, e strettamente connessi con uno dei culti più belli di tutta la storia dell’umanità: l’Induismo. Ripeto, il Satanismo non è castrante, e rende il praticante libero di prendere ciò che ritiene consono a lui, ma intelligenza vuole che almeno si conosca veramente quello in cui si crede, la sua genealogia e la sua storia. Tuttavia, per non dilungarsi oltre, la formula latina a cui prima si accennava, allude a due aspetti di Satana, quello ferino, e quello luminescente, al quale è collegata la figura di Lucifero, inteso come liberatore, distruttore di dogmi e di catene, portatore di razionalità e conoscenza illuminata.
Anche qui, si ravvisano in diversi pantheon alcune caratteristiche affini a quelle del Portatore di Luce:
• Shiva: Le Divinità indù hanno una genealogia e una complessità troppo grande per essere tutta esplicata, tuttavia qui basterà dire che uno degli epiteti di Śiva è Hara, che letteralmente significa “Colui che porta via”, “Colui che distrugge”. L’aspetto distruttivo, è da ricercarsi nelle origini dell’Induismo, negli inni vedici più antichi, in cui era chiamato Rudra e dipinto come una deità terrifica e potente. Con la diffusione del concetto, fuorviante, di Trimūrti, la figura di Śiva è stata identificata principalmente con il suo aspetto dissolutivo, e quindi rinnovatore (senza tuttavia dimenticare o trascurare gli altri aspetti). Nella Trimūrti Śiva rappresenta la forza che riassorbe i mondi e gli esseri nel Brahman immanifesto, è l’aspetto divino che conclude i cicli duali di vita-morte, per consentire a Brahmā (l’aspetto creativo) di iniziarne degli altri; è anche il Signore che distrugge la separazione tra il Sé individuale e il Sé universale. L’appellativo di “distruttore” non è quindi da intendersi in senso negativo, in quanto tale azione si esplica in realtà contro ciò che ostacola, oppure è un aspetto della necessità stessa degli eventi: non è possibile una creazione senza una precedente distruzione. Shiva è inoltre considerato il distruttore delle illusioni e delle menzogne. Poiché la Trimūrti è correlata anche coi tre guṇa (le tre tendenze, o qualità della manifestazione), come componente della Trimūrti ed in virtù del suo appellativo di Distruttore, Śiva è anche considerato l’aspetto divino preposto al controllo del tamas, la tendenza disintegrante, cui sono associate qualità come passività, inerzia, non-azione, ignoranza; qualità che si riferiscono al mondo sensibile, quello delle azioni cioè: solo tramite la non-azione, la rinuncia ai vizi come alle virtù, al bene come al male, è possibile la realizzazione.
• Prometeo: secondo la mitologia greca, Prometeo donò il fuoco agli uomini, e fu punito dal Dio degli Dei, Zeus, perché il fuoco era un elemento divino, custodito solo ed esclusivamente nelle fucine del fabbro divino, Efesto. Come punizione fu condannato ad essere incatenato al supplizio, e, incatenato al Caucaso, un’aquila gli rodeva giornalmente il fegato, che poi ricresceva ogni notte, e la tortura andava avanti in eterno.
Riguardo la figura di Lucifero, inteso come “portatore di conoscenza”, possiamo includere nell’Archetipo:
• il Serpente dell’Eden con il frutto proibito della Conoscenza del bene e del male
• gli Angeli Vigilanti che insegnano le arti e le scienze agli uomini nel Libro di Enoch
• il Cristo gnostico
• Maui, dei miti polinesiani, direttamente comparabile al Prometeo greco, che ha rubato il fuoco del progresso agli Dèi per averlo donato agli uomini
• Inanna, dei miti sumeri, che ruba le sapienze di tutte le arti e scienze ad Enki per portare la civiltà al suo popolo.
La cosa davvero interessante di queste figure è che tutte in qualche maniera sono “ribelli” e disobbedienti ad un’altra divinità dominante e sono veicoli di questo sapere proprio per liberare gli uomini dall’egemonia di questi Dèi dominanti (un desiderio di emancipazione e indipendenza dalla divinità per mezzo del sapere conquistato che possiamo ascrivere tranquillamente a istanza demoniaca). Quasi sempre infatti, questi semidei o figure mitiche vengono punite o ostacolate dal Dio maggiore perchè non sia permesso all’uomo di conquistare questo sapere occulto. Un archetipo trasversale a un po’ tutti i popoli e culture umane che Jung lo definisce come qualità propria dell’Archetipo del Puer Aeternus, dell’eterno e divino fanciullo che tenta di emanciparsi dalle figure dominanti e apparentemente invincibili per giungere all’autorealizzazione:

“Il fanciullo è avvenire in potenza. Perciò non sorprende che i salvatori mitici siano spesso Dèi fanciulli. Il fanciullo anticipa quella forma che risulterà dalla sintesi degli elementi coscienti e incoscienti della personalità. E’ dunque un simbolo unificatore degli opposti, un mediatore, un “salvatore”; ovvero un artefice della totalità. […] “Fanciullo” indica qualcosa che muove verso l’autonomia. Esso necessita un distacco dalle origini: lo stato di abbandono è dunque una condizione necessaria, non un mero fenomeno concomitante. […] Non poche figure di fanciullo sono “portatrici di civiltà” e sono identificate tra coloro che promuovono la civiltà, come il fuoco, il metallo, il frumento, e via dicendo. “Portatori di Luce”; cioè accrescitori della coscienza, essi sconfiggono le tenebre, ovvero il precedente stato di incoscienza. Una coscienza più alta, in quanto sapere che oltrepassa i limiti della coscienza attuale, è sinonimo di solitudine universale. La solitudine esprime il contrasto tra il portatore o simbolo della coscienza superiore, e il suo ambiente. […] egli personifica forze vitali al di là dei limiti della coscienza e una totalità che abbraccia le profondità della natura. Egli rappresenta l’impulso più forte e più irresistibile di ogni essere: l’impulso all’autorealizzazione. Questo impulso all’autorealizzazione è una “legge di natura” e ha quindi una forza invincibile anche se la sua azione all’inizio può sembrare insignificante e improbabile. […] appare dapprima come “servus fugitivus” per raggiungere infine, un’autentica apoteosi, la dignità di filius sapientae o deus terrenus, “luce sopra tutte le luci”, potenza che racchiude in sè tutte le forze superne e infere. ”
Estratti da “Psicologia dell’Archetipo del Fanciullo

Adesso si giunge infine al pezzo veramente dolente della genealogia del Satanismo, contro le ridicolaggini ostentate da qualcuno in merito a presunte “rivelazioni”, beh, che si sia d’accordo o meno, alla storia poco importa, proprio perché sono la stessa storia e filologia a dirci come la sovrapposizione della figura di Satana, con quella di Lucifero, sia stata merito di uno dei padri della Chiesa: San Girolamo, il quale tradusse la Bibbia dal greco al latino, incontrando il termine Phosphoros, cioè “portatore di luce” e dedusse quello di Lucifero, il quale era già ricco di significati e proveniente da una tradizione letteraria e mitologica greco-romana affermata, ricordiamo infatti che Eosforo, detto anche Fosforo, era il Dio figlio di Eos nella mitologia greca, e che veniva messo in relazione con il leggendario Prometeo. A causa di questa traduzione, Girolamo considerava la “stella del mattino” di Isaia un angelo ribelle che cade dal cielo, egli pensò che si riferisse a Satana, e non al sovrano Nabucodonosor II, il quale, precedentemente a San Girolamo, era stato definito come “Lucifero” visti i suoi peccati ed eccessi sibaritici, e facendo così entrare il termine “Lucifero” nel linguaggio cristiano come uno dei nomi di Satana. Facile da qui, giungere a parlare del ruolo svolto dallo Zoroastrismo, anzi, fu proprio grazie alla sua influenza sull’élite ebraica di Gerusalemme che si andò delineando la dualità moralistica propria di tutte le religioni monoteistiche, proprio perché dualistico è il suo modo di approcciarsi alla vita: da un lato, la schiera benefica e benevola degli spiriti divini guidati da Ahura Mazda, dall’altro, gli spiriti oppositori guidati dall’incarnazione del Male Assoluto, Ahriman, detto anche Angra Mainyu. È bene sapere infatti che il Mazdeismo, altro nome per indicare lo stesso culto fondato da Zoroastro, è il primo culto della storia dell’umanità che divide in modo così netto i concetti di “bene” e “male”, tanto che lo stesso Nietzsche, nella sua opera di distruzione della morale, “Così parlò Zarathustra”, pone come profeta proprio il fondatore di questa religione, perché da “inventore” della morale, deve esserne, secondo l’ottica del tedesco, anche il distruttore. Tuttavia, dopo la diffusione del Cristianesimo in Europa, nel periodo medievale si uniscono i rimasugli del culto pagano alle più tarde tradizioni filosofiche gnostiche del tardo impero romano, combinazione decisamente interessante e fatale, poiché è da essi che nasce quella che oggi è comunemente definita corrente “Tradizionalista”, ovvero quella che non disdegna affatto la figura biblica del Diavolo, quella che usa i fantastici termini di “Angelo caduto”, o “Spirito tentatore”. Corrente che perdura fino al regno del Re Sole in Francia, nella cui corte si praticano riti e “magie nere”, blasfemie e aberrazioni alla religione canonica, anche se qui, non è corretto parlare di Satanismo, ma solo di un interesse della nobiltà per le pratiche oscure.
Con l’avvento dell’Illuminismo spariscono, quasi totalmente, dalle alte sfere della società, le religioni, l’occultismo e la superstizione, ma è un qualcosa di passeggero, poiché la controparte risponde più che bene quando nel corso del 1800 nasce in Germania il Romanticismo. Ebbene, è proprio il Romanticismo a richiamare nelle sue produzioni: la mitologia, soprattutto quella nordica, il Satanismo, il Diavolo, la magia, l’interesse per l’irrazionale e la religione, tutto quanto vi sia di incomprensibile ai normali sensi. È a questo periodo che risalgono le opere artistiche di Fussil, definito “il pittore del Diavolo”, è qui che la figura di Satana acquista i connotati del Prometeismo e viene spesso richiamata come figura emancipatrice e donatrice del libero arbitrio alla stirpe umana. I romanzi gotici richiamano le atmosfere lugubri dell’Alto Medioevo e i culti segreti delle foreste più fitte, il macabro, la blasfemia e la critica religiosa ricorrono in particolar modo in quel magnifico romanzo gotico che è “Il monaco”, scritto da Matthew Gregory Lewis. Tutto questo perdura fino al periodo del primo novecento, quando in Italia il movimento degli scapigliati recupera il grottesco e la violenza che nel periodo del Romanticismo era rimasta fuori dal Bel Paese, Carducci, richiamando ad una poesia del passato, e infatti parlare di Carducci sembra quasi anacronistico, scrive il suo “A Satana”, e in Francia Baudelaire la sua “Litanie”, preceduti entrambi poco prima dal genio di Leopardi con il suo “Ad Arimane”, ma richiami al Satanismo si ritrovano anche in autori come Byron, Percy Bysshe Shelley, Oscar Wylde, e tanti altri si rifanno alla figura del Diavolo in senso “allegorico” nella creazione dei capolavori letterari del periodo. Senza parlare poi del magnifico, certamente precedente, tutt’oggi considerato una sorta di “testo base” del Satanismo, il “Paradise Lost”, di Milton.
Tralasciando quella che è stata l’influenza di Aleister Crowley, si passa poi a un personaggio di grande spicco e di enorme importanza nella storia del culto, il quale è proprio Anton Szandor LaVey, che nel 1966 nella notte di Valpurga, fonda la sua “Church of Satan”, una delle più famose e importanti organizzazioni del settore, e qualunque satanista, razionalista che sia o meno, non può non riconoscere il valore e il merito di LaVey, né tantomeno la sua genialità e la grandezza della sua filosofia, espressa in modo magistrale nel classico dei classici satanici “The satanic bible”.
Nel 1975 Michael Aquino, il quale aveva aderito nel 1969 alla Chiesa di Satana, se ne distaccò per fondare un movimento satanista alternativo, il Tempio di Set. Il tramonto della controcultura ha progressivamente ridotto il proselitismo delle Chiese sataniche anche se non ha ridotto l’interesse per il Satanismo. Durante gli anni ottanta negli Stati Uniti d’America, in Canada e in Europa le autorità pubbliche, allarmate da una serie di episodi criminali, sospetti o presunti rinvenimenti di sacrifici umani o animali, nonché da numerose testimonianze di psicoterapeuti che riferivano di abusi satanici durante l’infanzia da parte di loro pazienti, nonché testimonianze di bambini maltrattati, hanno avviato una serie di indagini coinvolgendo le chiese sataniste e creando “allarme sociale” intorno ai loro culti. E il “satanic panic” dura ancora oggi, anche dopo l’esperienza, certamente e assolutamente contorta, dei crimini di Charles Manson.
L’ultima “ondata” di Satanismo, fino ai giorni odierni, è sicuramente costituita dalla nascita del genere Black Metal, il quale richiama a temi e simbologie occulte, sataniche e pagane, sia come mezzo di pubblicità gratuita, sia come richiamo e guerra ideologica verso una religione che si è imposta con la forza e strappando dalla terra del nord il culto di Odino, di Freya, di Thor, e di tutte le altre Divinità a cui i giovani musicisti richiamano nei loro concerti.
Nel 2002 approda in Italia la realtà di “Joy of Satan”, che pur avendo diversi meriti diventa la genesi di un Satanismo di stampo decisamente Wiccan, rinnegando la tradizione del passato e facendosi promotrice di un sapere unico e assoluto, garantito solo a chi “combatte la realtà ebraica”, citata fino allo sfinimento. La visione degli Dei come esseri pieni di grazia e di luce, esseri completamente buoni e privi di ogni qualsivoglia legame con il passato, che non sia il famigerato Enki sumerico, è propria solo ed esclusivamente di questo sito, esteticamente magnifico, ma con dei contenuti storici ed esoterici altamente discutibili, anche se il problema più grande non è il JOS in sé per sé, ma chiunque creda ciecamente alle sue parole e se ne vada in giro mischiando Nazismo e Satanismo, pantheon che non si sono mai incrociati in nessuna epoca storica e proclamando storielle di una presunta “liberazione dei Demoni” e di una manipolazione genetica aliena dalla quale sarebbe stato generato l’uomo.
Il Satanismo è qualcosa di dannatamente serio ed affascinante, qualcosa di estremamente complesso e profondamente radicato nella storia, qualcosa di troppo realistico e di un calibro troppo grande perché vengano sciorinati discorsi privi di fondamento dei complottisti che credono nei rettiliani e vengano mischiati con il Culto del Sapere e della Libertà. Il Satanismo è l’Essere, è il mezzo che il cultore che sceglie tale percorso usa per lacerare il Velo di Maya e scorgere oltre le menzogne propinate dai culti abramitici. Non rendete il Satanismo qualcosa di stupido dunque, non proclamatevi eredi del Dio né sacerdoti prediletti, poiché basta poco per distruggere il vostro castello di carte con decisamente troppa poca colla. Come piace dire a me, ”Siate satanisti che di eletti ne è pieno il mondo”.

Si ringrazia Claudio Sciacca per interessantissimi suggerimenti che non ho mancato di aggiungere.

Lucius Wagner