CULTI MISTERICI

CULTI MISTERICI

In ambito satanico, si sa, una certa segretezza nei confronti dei profani è necessaria.
Innumerevoli sono coloro i quali si avvicinano al culto per curiosità, per gioco, per ironizzare sui suoi praticanti, per attrazione verso un mondo per lo più sconosciuto alla massa, per ottenere soldi, potere, denaro e sesso dai Demoni e ritrovarsi poi in preda alla più amara delle delusioni portata avanti solo da una incosciente ignoranza che porta faccia a faccia con una bestia che non si è in grado di affrontare.
Di conseguenza il percorso satanico, che di sciocco e superfluo non ha niente, deve necessariamente, almeno a parere di chi scrive, adottare dei metodi di censura per mantenere il silenzio e allontanare chiunque non sia abbastanza forte da sopportare la vista del proprio selvaggio inconscio e distogliere lo sguardo con tutte le sue facoltà mentali ancora integre.
Di metodi ve ne sono tanti, a partire dal più assoluto riguardo e la totale diffidenza verso chi non è in grado di capire, passando per l’incomunicabilità delle proprie pratiche nei confronti di un ambiente ostile e selvaggio al satanista, che non può assolutamente permettersi di sprecare tempo verso menti infime e non in grado di comprendere, menti pigre e vuote, personalità bucate, incapaci e svogliate che porteranno inevitabilmente la loro “razza” alla scomparsa.
È qui che quindi il modo più brutale fa la sua comparsa: la paura. L’uso di immagini sanguinolente, selvagge, rapaci e bestiali, suoni cacofonici, distorti e inascoltabili, discorsi e apologie sovversive, contrarie alla comune morale e al mediocre ben pensare. Ciò ha due principali scopi: la censura verso i profani, e l’invito allo stesso praticante di osservare dentro il proprio abisso e di uscirne indenne, plasmato, forgiato, purificato.
Attraverso lo studio di lingue e filosofie orientali, in particolar modo l’Induismo e il Sanscrito, la lingua perfetta, sono giunto alla conclusione che uno dei tanti obiettivi del praticante sia la trasformazione in “arya”, la parola sanscrita che significa “puro/nobile”.
L’uso e la preferenza di tanti satanisti per poeti come “i maledetti”, Baudelaire, Leopardi, filosofi ribelli quali il citatissimo e strausato Nietzsche, non derivano altro che dalla loro personalità spiritualmente anarchica, l’unica che subisce un glorioso processo di catarsi attraverso il passaggio in tali oscuri reami.
Nella storia del Paganesimo, innumerevoli sono stati i culti e le associazioni segrete nei quali gli iniziati compivano la loro alchimia personale, trasformandosi da piombo in oro (la stessa alchimia e il linguaggio metallurgico sono infatti metafore utilizzate per motivi di protezione nei confronti dell’Inquisizione), di cui ai giorni odierni ben poco sappiamo visto proprio il carattere di segretezza e riservatezza tipico di tali percorsi.
Negli anni che il filosofo dell’Anticristo definirebbe “di decadenza” del popolo nobile, l’Ellenismo e la dominazione romana, lo scontro di un modus cogitandi sempre geloso di se stesso e consapevole della propria superiorità basata su un patrimonio letterario, filosofico, artistico, e razionalistico che ancora oggi tiene le redini del carro di qualsiasi popolo civilizzato, tanto è stato il suo peso nella storia del pensiero mondiale, e una cultura decisamente più mistica, iniziatica, magica ed esoterica come quella egiziana, o ancora, quella induista e quella persiana, ha portato alla nascita di movimenti decisamente atipici per il pensiero greco, sempre immerso e chiuso in sé stesso, con l’occhio sempre aperto verso altre culture ma le braccia sempre protese verso un conservatorismo che mantenesse puro lo spirito ellenico.
Tali nuovi movimenti, nuovi culti, nuove filosofie e fusioni di pensieri così diversi tra loro, dovuti proprio a quello che è stato il genio alessandrino, la quintessenza più pura della grecità, avevano tutti un minimo denominatore comune: la salvezza individuale.
Decisamente lontane da quello che è il pensiero cristiano, tali culti, definiti “misterici”, progettavano la liberazione del praticante attraverso un allegorico percorso di vita, spesso ispirato al mito di un certo Dio la cui vicenda simboleggiasse la morte e la rinascita, la purificazione e il ciclico germogliare della vita in un nuovo spirito manchevole delle impurità dei non iniziati.
Nella storia della Grecia, le religioni misteriche sono esistite quasi da sempre, ma è durante la dominazione macedone che esse fioriscono e si perfezionano, si sviluppano e si diffondono maggiormente, e ciò non è una causalità.
Nel pensiero greco classico, canonico, il rapporto e l’intervento di una Divinità non era affatto cosa rara, anzi, i Greci concepivano come normale un possibile atto divino nella vita di tutti giorni, tanto che in Grecia, anche se mai quanto a Roma, la religione svolgeva un ruolo quotidianamente necessario, lo dimostrano i numerosi gesti scaramantici e il valore “sacrale” della medicina, l’epilessia stessa, che letteralmente significa “essere colto/preso/colpito (all’improvviso)”, definita “morbo sacro”, era considerata il frutto di un intervento di uno spirito maligno sul corpo e la mentalità umana, fino alla rivoluzione ippocratica; gli stessi poeti erano degli “invasati”, per lo meno in epoca più arcaica, poiché secondo la tradizione, le opere da loro prodotte non erano affatto merito del loro intelletto, bensì era Apollo o una delle nove Muse che decantava le gesta degli antichi eroi tramite la bocca del poeta, e da questa tradizione vi è chi afferma che gli stessi epilettici fossero sacri ad Apollo.
La politica era un fattore importantissimo a cui tutti i cittadini partecipavano attivamente, chiaramente in larga parte ad Atene, la patria della democrazia, e con il venir meno dell’indipendenza greca e la morte dell’arte della politica, della retorica e dell’oratoria, i cittadini si sono rivolti a qualcosa di più individuale, di più vicino alla Divinità, qualcosa che permettesse e assicurasse la salvezza all’iniziato in un periodo così drastico per la morte dei valori classici.

I MISTERI ELEUSINI

Il culto misterico più famoso e antico è quello incentrato sulla Dea Demetra, una celebrazione talmente antica da risalire addirittura al periodo miceneo, e talmente popolare che perfino Cicerone, Adriano, Marco Aurelio, Gallieno e Giuliano furono iniziati.
Tali misteri, che prendono il nome dal luogo di celebrazione, ripercorrono allegoricamente il cammino del mito della Dea, della figlia Persefone e del suo rapimento da parte di Ade, e si articolavano in tre fasi: “la discesa”, “la ricerca” e “l’ascesa”.
Poco si conosce, se non che questa allegoria del mito simboleggiasse i momenti di riposo e risveglio delle campagne, oltre che la rappresentazione simbolica della vita, nella quale il praticante moriva simbolicamente (la discesa agli inferi alla ricerca della figlia), per poi rinascere (il ritorno di Persefone sulla terra).
Persefone era la figlia di Demetra, la Dea dell’agricoltura e dell’abbondanza, quando attirò l’attenzione di Ade, il dio dell’oltretomba, egli, innamoratosene, progettò di rapirla per portarla nel suo regno.
Demetra cercò la figlia in lungo e in largo inutilmente, finché Helios, il Sole, che tutto vede e tutto scorge, gli disse ciò che era accaduto; così la Dea scese nell’Ade per reclamare la compagnia della figlia, che però fu condotta con l’inganno dal Dio a mangiare alcuni semi di melograno, un frutto estremamente simbolico, così, avendo mangiato il cibo dei morti, ella non poteva abbandonare completamente quel luogo funesto.
Zeus decretò che Persefone avrebbe trascorso sei mesi con la Madre (il periodo che comprende tutta la primavera e l’estate), e sei con il marito (autunno ed inverno).
I praticanti così ripercorrevano la ricerca di una madre disperata con delle torce, offrivano sacrifici e danze, si consumavano cibi allucinatori, soprattutto pane a base di segala cornuta, il tutto nella speranza di ottenere la salvezza della propria anima dando nuova vita al mito, continuamente riportato e recitato.
Tuttavia, vista l’estrema segretezza e l’antichità del culto, è quasi impossibile conoscere con certezza le procedure.

L’ORFISMO

L’orfismo nasce nei primi periodi della speculazione filosofica greca, e come tanti sistemi di pensiero antichi non si limita al semplice pensare, ma abbraccia la vita dell’iniziato in tutti gli aspetti della sua vita. Esso, come quasi tutti i culti misterici, ruota attorno al concetto di “purezza”, ed è interessante notare come lo stesso concetto sia alla base di tutto il pensiero indoario, il popolo che attorno al 1500 a.C. invase il subcontinente indiano. Difatti, alla base della stessa lingua sanscrita, l’idioma parlato dagli Arii, vi è l’intento di creare una lingua adatta alle celebrazioni sacre, e vista l’enorme importanza del ruolo della religione nella società indù, dove ogni periodo della vita è celebrato con un significato religioso, la lingua “pracrita” (comune) non poteva essere adatta a un ambiente vicino al Dio. Come se non bastasse, vi sono miti che raccontano la punizione di entità maligne per l’utilizzo di un linguaggio scorretto, a differenza delle mitologie testimonianti di uomini comuni parlanti in modo non grammaticalmente corretto o aulico che non hanno mai subito alcun castigo. Il fulcro di tutto sta nel fatto che, mentre i mortali parlavano in ambiti profani, gli spiriti puniti utilizzavano quel tipo di linguaggio in ambienti sacri. Questo concetto sembra essere un’ulteriore conferma dell’intromissione di un che di orientale nel germoglio misterico.
L’orfismo si configura attorno al personaggio di Orfeo, figura probabilmente passata al mito dopo un fatto storico rimasto troppo oscuro e ambiguo, la possibilità che una sorta di missionario greco abbia trovato la morte nell’esportazione del culto di Dioniso in Tracia.
Di fatti è importante sottolineare che la figura presa come punto di riferimento dagli orfici non sia Orfeo, bensì proprio Dioniso, Orfeo sarebbe solo il fondatore del movimento.
La cosmogonia e la teogonia orfica sono un unicum nella storia del pensiero ellenico:
Secondo questa teogonia le divinità originarie sono Chronos e Etere. Dall’Etere e dal Caos Chronos forma l’argenteo uovo del mondo, da cui nasce Phanes che è il primo dio generato e costituisce la prima manifestazione di Dioniso, che ha anche nome Eros, Metis, Erikepaios. Fonte di ogni ulteriore generazione, Phanes è ermafrodito, e tali sono gli uomini che abitano il mondo da lui creato. Figlia di Phanes è la Notte, insieme con la quale egli genera la coppia Ouranos e Gaia (Cielo e Terra). Qui la teogonia orfica si ricollega a quella esiodea, narrando della generazione dei Titani figli del Cielo e della Terra, del regno di Chronos e infine del sopravvento di Zeus. Per diventare signore dell’universo questi deve però mangiare Phanes, assorbendo in tal modo in sé tutta la divina sostanza primigenia e potendo essere venerato come Dio supremo contenitore della sostanza primigenia. Questa universale fecondità è da lui dimostrata nella generazione della nuova stirpe degli dei, e anzitutto in quanto egli procrea, con Persefone, il secondo Dioniso, Zagreo (il “Gran cacciatore”, che anche per la sua connessione con Persefone appare come divinità agraria e ctonia, simbolo della rinascita naturale). Questi ha ricevuto dal padre lo scettro del mondo, ma i Titani, ribelli alla signoria di Zeus e istigati da Era, lo sorprendono mentre, fanciullo, gioca in un campo; lo incantano con uno specchio e lo uccidono benché egli assuma, per sfuggir loro, varie forme. I Titani dilacerano le sue membra e se ne cibano, ma il cuore è salvato da Atena che lo reca a Zeus, il quale lo inghiotte per poi generare il terzo e ultimo Dioniso (e qui il mito orfico si fonde anche con quello propriamente dionisiaco, per cui il Dio è figlio di Zeus e di Semele, ma, essendo stata questa folgorata da Zeus e non avendo potuto portare a compimento la propria creatura, viene cucito nella coscia del padre per il restante periodo della gestazione). Zeus abbatte allora i Titani fulminandoli e dalle loro ceneri nasce una nuova generazione di uomini, i quali recano di conseguenza in sé tanto l’elemento titanico quanto l’elemento dionisiaco, tanto la macchia del peccato originale quanto il principio della divina perfezione.
La possibilità di purificazione ruota attorno a un rigido vegetarianismo, la totale astensione dai sacrifici, se non offerte d’incenso, e dalla possibilità di consumare uova e vino, poiché un animo impuro sporco di sangue ricorderebbe a Persefone, la Dea sposa di Ade, il dolore patito per l’uccisione del figlio, condannando così l’anima del mortale a un perenne ciclo di reincarnazioni.
Per la prima volta nella storia del pensiero ellenico prende vita una sostanziale e abissale divisione tra il “soma” e la “psiche”, il corpo, visto come una prigione di carne per l’anima che punta solo a ricongiungersi con lo spirito universale, il primigenio culto di una purezza spirituale a carattere soteriologico, possibile solo se si consegue una vita con certe regole, il “bios orphikos”, una vita orfica.
Durante i primi secoli d.C., alla luce del neoplatonismo, sono stati redatti gli “Inni Orfici”, una raccolta di inni e di lodi alle Divinità, rese e concepite in modo completamente diverso dalla visione “canonica”, poiché numerosi sono anche i riferimenti mistico-esoterici.

I MISTERI DIONISIACI

“Ma questa volta vengo come Dioniso il vittorioso, che farà della terra una giornata di festa…”
Friedrich Nietzsche, La nascita della tragedia
Un culto decisamente più conosciuto dell’orfismo incentrato ugualmente sulla figura del Dio dell’ebbrezza è quello del Dioniso misterico.
Va precisato che però la venerazione di questa figura, anche di stampo essoterico, inizialmente non era legata al vino, bensì alla parte più intima della natura, la forza vitale delle piante, della linfa e della ciclicità. Con la sua elevazione a Dio dell’estasi mistica le cose cambiano; Dioniso diventa il Dio della vita, degli istinti selvaggi, il Dio liberatore e menefreghista di tutti gli schemi socialmente accettati, un Dio ribelle e bestiale, anticonformista fino all’ultimo, un Dio che personifica la parte più bassa della vita, la volontà di vivere schopenhaueriana e di potenza nietzschana, la frenetica vita che permea ogni strato dell’essere.
E’ difficile esporre precisamente l’odissea della figura di Dioniso poiché la sua storia è lunga e coinvolge popoli e terre barbare, nel senso greco del termine:
Figlio di Zeus e della principessa tebana Semele, egli era detto il “nato due volte”, perché, tratto prematuro dal ventre materno, fu incubato in una coscia del padre, finché non fu il momento di venire alla luce; infatti la madre, che lo aveva generato, era morta incenerita per aver chiesto al suo divino amante la grazia di farsi vedere in tutto il suo splendore. Per sottrarlo alla gelosa vendetta di Era, Zeus lo portò lontano dalla Grecia sul monte Nisa. Qui Dioniso fu allevato dalle ninfe del luogo che furono successivamente ricompensate, ottenendo di venire poste in cielo, tra le stelle, come Iadi. Era già adulto e aveva inventato il vino quando Era lo rese pazzo. In preda alla frenesia errò a lungo attraverso l’Egitto e la Siria, quindi risalì le coste dell’Asia e giunse in India, dove fu accolto dalla Dea Cibele, che lo purificò, liberandolo dalla follia e lo iniziò ai riti del suo culto. Durante queste sue peregrinazioni Dioniso insegnò agli abitanti delle regioni che percorreva l’arte della coltivazione della vite e pose al tempo stesso le basi del vivere civile. Al suo ritorno in Europa giunse in Tracia, quindi si trasferì nella natia Tebe dove affermò la sua potenza: il re Penteo tentò di opporsi al nuovo culto ma venne bestialmente punito: Dioniso fece impazzire le donne della città, colpendo per prime le sue zie (Agave, Ino, Autonoe) le quali a loro tempo non avevano dato fiducia alle affermazioni di Semele che diceva d’esser stata messa incinta dal padre degli Dei. Sconvolse l’intera città che continuava a negare la sua divinità e si rifiutava di adorarlo. Le cittadine tebane lasciarono la città per andare nei boschi del monte Citerone a celebrare le orge sacre a Dioniso. Infine spinse lentamente alla pazzia anche re Penteo, convincendolo a travestirsi da donna per andare a spiare le menadi mentre celebravano nei tiasi i riti sacri al Dio. Attirato sul monte, lo fece uccidere dalle donne tebane, che invasate dalla divinità, scambiarono Penteo per un animale selvatico. Il sovrano venne letteralmente fatto a pezzi. La prima ad avventarsi su di lui fu proprio Agave, sua madre, posta a capo di un gruppo di baccanti. La donna tornò a Tebe con la testa del figlio su una picca e la riconobbe troppo tardi, quando infine scoppiò in un pianto disperato. Dioniso condannò all’esilio da Tebe i suoi parenti, garantendo così la sua totale vendetta. Ad Argo, dove si recò in seguito, manifestò la propria potenza in modo analogo: facendo impazzire le figlie di re Preto e tutte le donne del paese che divorarono i propri figli. Poi il Dio volle recarsi a Nasso e salpò su di una nave di pirati tirreni; l’infido equipaggio, però, prese la rotta dell’Asia con l’intenzione di vendere come schiavo l’illustre personaggio, ma furono tutti mutati in delfini. Dopo avere in tal modo gradualmente imposto il dominio del suo culto, la natura divina di Dioniso fu riconosciuta da tutti e il dio poté ascendere al cielo a prendere posto tra gli Olimpi. Uno dei suoi primi atti, come Dio, fu quello di rapire Arianna, abbandonata a Nasso da Teseo, che divenne sua sposa. Si narra anche di una sua storia d’amore con Afrodite da cui sarebbe nato Priapo, il grottesco Dio della fecondità dall’enorme membro, patrono delle forze generatrici della natura, ma essa è solo una delle numerose relazioni del Dio.
Dioniso è un Dio che rompe gli schemi sociali, ai suoi misteri, nonostante la partecipazione sia essenzialmente femminile, possono prendere parte anche i maschi e gli schiavi.
Durante le celebrazioni gli iniziati si identificano con il Dio acquisendone il furore e facendo rivivere le sue vicende, si riuniscono tutti in un corteo, il tiaso, dove tutti, le donne come baccanti e gli uomini travestiti da satiri, si abbandonano alle più estreme sfrenatezze al limite della decenza, la violenza e il sangue scorrono, la sessualità e la depravazione, la dissolutezza, l’incesto, la lascivia, l’ubriachezza e l’annullamento dell’individualità portano i partecipanti a un furore brutale. Vengono uccisi animali a mani nude e le loro carni vengono mangiate crude, e attraverso l’ingestione del sangue si onora Dioniso, si sperimenta la zoè e si percepisce il caos dell’esistenza e la forza della natura.
Celebrazioni così violente furono vietate a Roma sotto il periodo repubblicano.
Dioniso fu, secondo il filosofo tedesco Nietzsche, la personificazione dell’omonimo spirito greco che contribuisce, insieme all’Apollineo, alla nascita della tragedia attica.

IL PITAGORISMO

La scuola mistica pitagorica prende il nome dal suo fondatore, e si caratterizza per una moltitudine di interessi e campi di studio: la matematica, l’astronomia, la politica, la musica e la filosofia. Fondata nel periodo arcaico presocratico, essa non rappresenta una vera religione misterica, quanto una filosofia ispirata a culti e religioni esoteriche; è una delle comunità, di stampo settario, tra le più particolari e interessanti della storia della Grecia, di cui molte dottrine sono a noi ignote vista il silenzio a cui gli allievi erano sottoposti. Una scuola di stampo aristocratico che vedeva nella matematica il metodo di indagine e conoscenza del mondo, l’associazione delle figure a un determinato numero e la possibilità di comprendere aritmeticamente la realtà. La credenza nella metempsicosi e il vegetarianismo sulla scia delle comunità orfiche che Pitagora aveva conosciuto nei suoi viaggi in Oriente e in Egitto.
Di notevole interesse è la “Tetraktys”, la rappresentazione dell’essere da un punto di vista matematico, molto importante per la scuola anche perché la somma dei numeri che lo compongono equivale a dieci, e il dieci era per i pitagorici il numero perfetto:
• L’uno: l’origine di tutto
• Il due: la dualità, e la possibilità di formare una linea
• Il tre: la prima figura geometrica
• Il quattro: i solidi

Di conseguenza, rappresentando lo stesso essere, assimilando aritmetica e geometria in un particolarissimo sistema filosofico chiamato appunto “aritmogeometria”, il dieci non poteva non essere il numero della totalità dei pianeti, che, racchiusi in un universo finito e concentrico ai cui limiti vi erano le “stelle fisse”, ruotavano attorno a un enorme fuoco primigenio chiamato “Hestia”. Si noti come quello Pitagorico sia un sistema eliocentrico ante litteram, nel quale i corpi celesti erano, in parte, diversi da quelli che si conoscono oggi:
• Terra
• Giove
• Marte
• Venere
• Mercurio
• Saturno
• Luna
• Sole
• Antiterra

Questi nove, più il fuoco centrale, costituiscono i soli dieci corpi racchiusi nell’universo pitagorico; l’esistenza dell’Antiterra è nata con l’intento di spiegare la nascita delle eclissi e raggiungere il famoso numero sacro, senza il quale non vi sarebbe stata armonia.
Il concetto stesso di armonia è fondamentale, tutto l’universo è armonia, la musica è armonia, l’animo umano è armonia e dopo un ciclo di reincarnazioni, una volta purificato, tornerà a congiungersi con lo spirito universale.
In tale ambito viene venerata la sfera, intesa come perfezione e, appunto, Armonia, proprio perché qualsiasi punto della sua superfice è equidistante dal centro, con ciò, è come se tutta la superfice fosse sostenuta da un unico fulcro interno, lo stesso fulcro che regge l’intero universo.

A tutto ciò si accompagna l’utilizzo del pentalfa come simbolo di potere, utilizzato dai membri della setta come segno di riconoscenza tra di loro, e una serie di norme etiche votate alla purezza che, sia in passato che in presente, sono risultate assurde:
• libare agli Dèi dal lato dei manici perché non si può bere dalla stessa porzione dell’orlo delle divinità
• non indossare un anello che riporti l’immagine di un Dio
• non raccogliere ciò che cade dalla mensa
• entrare nel tempio a piedi nudi e a piedi nudi sacrificare agli Dèi
• all’interno del santuario incedere verso i propri compiti religiosi senza deviare verso quelli “mondani”
• non percorrere strade eccessivamente frequentate.
Nonostante tutto questo, risulta difficile descrivere completamente e accuratamente tutto il pensiero della scuola pitagorica vista la sua complessità e l’infinito filo rosso che collega tutti i suoi insegnamenti.

IL MITRAISMO

Il culto misterico dalle indiscusse e accertate origini orientali per eccellenza è quello che vede l’approdo del dio indo-persiano Mithra nel mondo ellenistico-romano.
Nel pantheon vedico Mithra è un Dio solare invocato sempre assieme a Varuna, nel mondo iranico del primo impero persiano achemenide è affiancato al Dio supremo dello Zoroastrismo, Ahura-Mazda; il suo culto fu particolarmente vivido in Armenia, finché la regione stessa non si cristianizzò totalmente.
Come già accennato, le spedizioni di Alessandro Magno in Oriente, dove Mitha ha un ruolo importantissimo, basti pensare ai numerosi nomi teofori di alcuni re ellenistici, Mitridate (Dono di Mithra) per esempio, portano a contatto due mentalità estremamente diverse, ed è così che il Dio conosce l’Occidente e il mondo greco-romano, dove il suo culto assume una fisionomia diversa e un carattere decisamente più esoterico.
Fu soprattutto nell’impero che la setta riscosse un grandioso successo soprattutto per le sue concezioni misteriosofiche, che ruotavano intorno all’idea dell’esistenza dell’anima e della sua possibilità di pervenire attraverso le sette sfere planetarie all’aeternitas.
Nonostante la religione facesse professione di universalismo, questo culto escludeva le donne e fu praticato da ristrette, anche se influenti, élites formate soprattutto dai militari e, in parte, da “burocrati” e amministratori; sappiamo che anche Nerone e Commodo furono iniziati, Giuliano l’Apostata, anche lui seguace del Dio e ultimo imperatore pagano, tentò, inutilmente, di restaurare tale religione a scapito del cristianesimo; a partire dal terzo secolo, quindi molto prima di Giuliano, Mithra iniziò a fondersi con Sol Invictus.
Secondo il mito, egli nacque da una pietra armato di daga, fiaccola e vestito del tipico cappello frigio presente in ogni sua raffigurazione occidentale. La seconda versione riporta che il Dio decise di venire al mondo incarnandosi nel ventre di una vergine e vedere la luce in una grotta.
Fu solo nel IV secolo che la Chiesa accettò il 25 Dicembre come data di nascita di Cristo sovrapponendola a quella di Mithra, i cui festeggiamenti avvenivano proprio in tale giorno.
In ogni caso egli soggiogò il Sole e catturò un toro, che uccise nonostante gli impedimenti di un serpente e uno scorpione, dalla carcassa dell’animale sgozzato nacquero le piante salutari, la vite, dal suo midollo il grano, dal suo sperma gli animali utili all’uomo, e al termine della sua vita, a trentatré anni, venne assunto in cielo con l’aiuto del Sole, da cui continua a proteggere gli esseri umani. La figura di Mithra assume anche anche un valore di mediazione tra l’umanità e il Dio supremo.
Fu uno dei più forti avversari del Cristianesimo, il quale non si pose problemi ad utilizzarlo nella costruzione del proprio credo nonostante le differenze:
Oltre ai raffronti già riportati è interessante notare che entrambi i culti si servono del battesimo per iniziare i nuovi seguaci, nonostante il Mitraismo sia un culto più chiuso che sottopone a delle prove per dimostrare di essere degni di poter partecipare ai riti.
La differenza col battesimo cristiano sta nel fatto che il Mitraismo utilizza il sangue ancora caldo del toro sacrificato, a tal proposito, è probabile che il culto di Mithra simboleggiasse l’uscita del Sole dalla costellazione del Toro verso quella dell’Ariete durante l’equinozio di primavera, e in effetti in molte rappresentazioni della tauroctonia sono ritratti i simboli del Sole, della Luna, dei pianeti, delle costellazioni, dei venti e delle stagioni.
Nonostante la natura celeste del Dio i riti venivano officiati nei Mitrei, ambienti sotterranei, ed è interessante notare il Mitreo più grande del mondo, a Ostia:
Si entra al buio dove un corridoio conduce alla stanza del battesimo sanguinolento, che gocciolava dal corpo del toro al piano di sopra, si prosegue nella totale oscurità finché un raggio di luce accecante non colpisce gli occhi del praticante ormai abituatosi al buio, e nella stanza successiva appare la statua di Mithra, bello, giovane, solare, nell’atto di uccidere il toro.
Con l’arrivo del Cristianesimo, religione decisamente più democratica, il Mitraismo perde seguaci, finché tutti i culti pagani non vengono messi fuori legge con l’editto di Tessalonica dell’imperatore Teodosio nel 380.

I culti misterici sono numerosi, e quelli di cui sopra sono soltanto i più famosi; sappiamo di celebrazioni esoteriche dedicati a Serapide, Iside, Osiride, Attis…, sappiamo dell’influenza della cultura misterica su nuovi sistemi filosofici quali il neoplatonismo, il neopitagorismo e lo gnosticismo…
Tutte queste liturgie così particolari affascinano sempre e ricordano il percorso che un Satanista dovrebbe percorrere nel suo sentiero, una continua rigenerazione in seguito a una ciclica Nigredo; culti talmente segreti che possiamo solo immaginare quanto non sappiamo e non sapremo mai, culti che dovrebbero invitare al silenzio e alla discrezione, all’autonomia e a continue sfide psichiche, fisiche, intellettuali e spirituali svolte in totale segretezza affinché il proprio cammino non venga contaminato.
Dopotutto, si sa, il Satanismo nasce dal Silenzio, nel Silenzio procrea infinitamente e nel Silenzio è custodito.

Lucius Wagner