Saga di Hervör

Saga di Hervör
Su un episodio di necromanzia nella saga di Hervör

È uno degli ultimi tabù. Non se ne parla molto volentieri eppure desta una curiosità morbosa. Qualcuno suggerisce che tale curiosità sia diretta discendente dell’attitudine tutta cristiana a disprezzare il corpo dei vivi e adorare, quasi a livello feticistico, quello dei defunti.
Ma non è così.

La necromanzia, l’arte o la pratica di evocare magicamente le anime dei morti, è in primo luogo una forma di divinazione. Lo scopo principale della ricerca di tale contatto con i morti consiste nell’ottenere informazioni da loro, informazioni che in genere riguardano la rivelazione di cause sconosciute o il corso futuro degli avvenimenti. La causa della morte del defunto che viene interrogato può essere tra i fatti ricercati.
Più in generale, la necromanzia è spesso considerata sinonimo di magia, o stregoneria o incantesimo, forse perché il fatto di richiamare dei defunti può avvenire per scopi diversi dalla ricerca di informazioni, o perché non risulta sempre chiara la separazione della divinazione dalle sue conseguenze. Vi è anche una base linguistica per questo uso allargato della parola: il termine arte nera per magia sembra essere basato su una corruzione di necromanzia (dal greco necros, “morti”) in negromanzia (dal latino niger “nero”). La divinazione è senza dubbio un fenomeno universale, che si trova in tutte le culture. Nella forma della necromanzia, tuttavia, è relativamente rara, benché diffusa. Noi possediamo solo limitate descrizioni e documentazioni su questo fenomeno, e solo per certi periodi e regioni. La necromanzia presuppone la credenza in una forma di vita posteriore alla morte ed il continuato interessamento dei morti agli affari dei vivi. Come tale, essa può essere associata a ragione con i complessi costumi funerari e postfunerari e con la venerazione degli antenati.
La necromanzia è un tema che si trova spesso in miti, leggende e lavori letterari. Tali testi possono descrivere contatti con i morti e enunciare i loro messaggi, ma raramente offrono informazioni sulle tecniche usate in una data comunità. Dove esistano effettive descrizioni, piuttosto che resoconti favolosi o dicerie e accuse, noi ritroviamo informazioni connesse con le esequie e con i preparativi ad esse. In questo caso l’interrogazione del cadavere può riguardare la causa della morte e l’identificazione di un assassino. Altre pratiche necromantiche comportano riti nel luogo del sepolcro con l’uso di alcune parti del defunto o della defunta, spesso il teschio o il nome. Il responso può avvenire nella forma di un’espressione emessa dal divinatore, o in uno stato di trance, o tramite il ventriloquio. Esso può essere rivelato anche nella forma di un segno; questo può implicare l’interpretazione di un presagio o l’estrazione delle sorti.

Gli antenati della necromanzia si trovano in tutte le culture dell’antico mediterraneo e del Vicino Oriente Antico, dal Gilgameš alla Bibbia, da Omero all’Impero Romano; per non parlare della preparazione impeccabile riservata al Faraone defunto in Egitto.
Si parla poco della necromanzia tra i popoli nordici. Non la conoscevano? Non ci giurerei… Quello che voglio tracciare è un piccolissimo excursus attraverso alcuni episodi, uno in particolare, presenti nelle saghe nordiche e che testimoniano di come la necromazia fosse conosciuta e praticata.

Sarà utile riportare, sull’argomento, quanto scritto nella voce Necromanzia della prestigiosa Enciclopedia delle Religioni diretta da Mircea Eliade (Ed. italiana, Vol. 2 p. 393 – 394): “La maggior parte delle nostre informazioni sulla necromanzia tra i popoli nordici e germanici deriva dalle saghe. Un certo numero di riferimenti appare, per esempio, nell’Edda. Odino, fra le altre cose, è il dio dei morti, e in un racconto egli risveglia una profetessa morta per consultarla. Oltre alle evocazioni, sembra sia stata praticata l’interpretazione del movimento dei bastoncini con le rune incise. La necromanzia fu solo una delle numerose tecniche di divinazione, ed una tecnica considerata particolarmente pericolosa, specialmente quando i defunti non erano membri della famiglia. Essa sembra sia stata proibita ancora prima della conversione di questi popoli al Cristianesimo.”

L’aldilà dei popoli nordici è Hel, avernico abisso nel quale sono costrette le anime di coloro che sono morti di vecchiaia o di malattia (Sturlusun, Edda); secondo altre fonti tuttavia anche i guerrieri caduti in combattimento possono essere imprigionati in Hel. Hel, come nella gran parte delle tradizioni concernerti gli inferi e universalmente diffuse, appare cinto da una muraglia e protetto da un fiume, Gjöll. Questo fiume è attraversato dal ponte Gjallarbrù. Il ponte è custodito dalla Walkiria Móðguðr (ira della Battaglia). Geograficamente Hel è collocato a settentrione, nei pressi delle sue porte vivono i giganti, è un luogo freddo e umido, si dice che sia posto sotto le radici dell’Yggdrasill, l’Albero Cosmico.
Sala dei Prescelti (Valhöll), è il ben più noto Valhalla. Anch’esso, secondo alcune fonti, destinazione dei guerrieri caduti sul campo di battaglia. Particolare attenzione è posta al viaggio verso Hel / Valhöll di coloro che sono trapassati per annegamento: il cammino è posto sotto la guida della gigantessa Ràn, moglie del Dio Ægir.
Ancora, un altro nome del regno dei morti è Glœsisvellir, Campi Luminosi.
Infine molte fonti attestano la presenza in questi regni dei guerrieri-morti detti Einherjar e legati al signore dell’esercito, Herjan/Herjaföðr, uno degli avatara di Odino.

Di notevole impatto è la prima – ampia – testimonianza che voglio portare; si tratta dalla Saga di Hervör figlia di Angatŷr composta verosimilmente in Svezia intorno al XIII secolo ma probabilmente, come la gran parte della saghe, discendente da materiale orale più antico. Protagonista della saga è la spada Tyrfingr, manufatto dotato di enorme potere magico forgiato dai nani. Questa giunge al berserkir Angatŷr, il quale, morente, dispone che l’arma sia sepolta con lui.

Ma la figlia Hervör, “forte come un ragazzo […] che preferiva l’esercizio dell’asta, dello scudo e della spada alla tessitura e al ricamo” non accetta la perdita del portentoso manufatto e decide di impadronirsene. Angatŷr giace in un’isola disseminata di tumuli mortuari avvampati di fuoco; quando Hervör, giunta a destinazione “propose di scendere sull’isola, affermando che c’erano possibilità di bottino in un tumulo, tutti però si rifiutarono: dicevano che numerosi spiriti infestavano il luogo per tutto il giorno, che addirittura era peggio il giorno là che non la notte”. Hervör però non si perde d’animo e, convinti i marinai a gettare l’ancora, si avventura da sola per l’isola in cerca del tumulo dove è sepolto Angatŷr. Dopo l’incontro con un uomo che cerca di dissuaderla, la guerriera prosegue il suo cammino. A questo punto ritengo necessario far parlare il testo con la straordinaria – e cruda – bellezza epica della formula evocatoria:
“(Hervör) procedeva senza temere, sebbene tutti i tumuli avvampassero al suo cammino. Come avrebbe fatto tra le tenebre, seguitava ad andare tra questi fuochi finché giunse al tumulo dei berserkir – “Destati Angatŷr: ti evoca Hervör, unica figlia tua e di Svàfa. Getta dal tumulo la spada affilata che per Sigrlami i nani forgiarono. Hervarðr, Hjörvaroðr, Hrani, Angatŷr, evoco tutti voi sotto le radici dell’albero (si riferisce ad Yggdrasill) con elmo, corazza e spada affilata, con scudo, lancia e asta vermiglia. Ormai sono divenuti i figli di Arngrìmr, esseri funesti, marciume per zolla, se nessuno di loro, figli di Eyfura, parla con me a Munarvàrg. Hervarðr, Hjörvaroðr, Hrani, Angatŷr, brulichi di formiche a tutti voi il torace, e possiate marcire, se non gettate quella spada che forgiò Dvalinn: armi di pregio non servono ai fantasmi”
Tuttavia Angatŷr, evocato dal regno delle ombre, non si mostra benevolo “Hervör, figlia, a che pronunci formule esiziali? Le sconterai tu stessa. Pazza dissennata, con mente tralignante evochi i morti! Me non seppellì il padre, o altro congiunto: Tyrfingr (la spada) toccò ai due sopravvissuti. Ma uno soltanto l’ebbe alla fine.” Ma Hervör ribatte “Non dici il vero – un Ase ti depose intatto nella tomba – che tu non hai Tyrfingr con te; ma riluttante sei a farne erede la tua unica figlia”.
Allora il tumulo nel quale Angatŷr giace si spalanca in un trionfo di fiamme “crollato il cancello dei morti (Helgrind), spalancati i tumuli; tutto avvampa nel fuoco la costa dell’isola. Tremendo è la fuori spingere lo sguardo. Affrettati, se puoi, ragazza alla tua barca”. Ma nemmeno quest’ultima orribile visione fa desistere Hervör dal suo intento. Alla fine il padre le rivela che la spada giace sotto le sue spoglie e le concede di prenderla. Tuttavia l’avverte che questa sarà infine la rovina della sua stirpe. E così avverrà.
Potente ed epocale l’evocazione necromantica di Hervör non ha timore di reggere il confronto con le più celebri evocazioni dell’antichità, da Saul a Gilgameš!

Un’indagine a parte meriterebbe la vicenda del Goði (sacerdote) Snorri contro Gambastorta (Eyrbyggja Saga, XIII sec. ma un Goði Snorri, ispiratore della vicenda, è storicamente vissuto nel X secolo), mago dai portentosi poteri in grado di nuocere a chiunque. Alla fine Gambastorta viene giustiziato, ma questo non basta a debellare il suo nocivo potere; lo stregone continua ad apparire e a nuocere a uomini e animali finché, esasperata, la comunità decide di esumarne il cadavere per bruciarlo e disperdere le ceneri. Grave errore! Le ceneri si disperdono nel vento fino a posarsi su un prato… Una mucca mangia l’erba. Partorirà un vitello diabolico degna incarnazione della malvagità di Gambastorta. E del resto un parto misterico è anche alla base delle gesta del successivo Talyesin.
L’Eyrbyggja è fortemente impregnata di magia necromantica: Freystein, un pastore, intento a pascolare il gregge sul monte Geirvör incontra persino una testa parlante che gli vaticina “Rossa è Geirvör, di sangue umano i crani degli uomini ricoprirà”.
Infine, non è propriamente necromatico ma si avvicina al tema, il Viaggio di Brunilde agli inferi facente parte del corpus di testi detti Carmi di Sigurðr e confluiti nell’Edda Poetica. Alla morte di Brunilde vengono innalzate due pire funerarie, una per lei ed una per Sigurðr (Sigfrido). La pira di Brunilde è allestita su un carro addobbato con arazzi. Lo stesso carro che la condurrà al regno dei morti. Durante il tragitto la Regina incontra una gigantessa che tenta di fermarne il viaggio accusandola di libertinaggio e leggerezza nel gestire il suo potere di Regina.

Tuttavia la testimonianza necromantica per eccellenza resta la storia di Hervör e della spada Tyrfingr. Val la pena tornare un attimo sopra al modus operandi della guerriera per analizzare bene la formula evocatoria.
“Destati Angatŷr: ti evoca Hervör, unica figlia tua e di Svàfa. Getta dal tumulo la spada affilata che per Sigrlami i nani forgiarono. Hervarðr, Hjörvaroðr, Hrani, Angatŷr, evoco tutti voi sotto le radici dell’albero con elmo, corazza e spada affilata, con scudo, lancia e asta vermiglia. Ormai sono divenuti i figli di Arngrìmr, esseri funesti, marciume per zolla, se nessuno di loro, figli di Eyfura, parla con me a Munarvàrg. Hervarðr, Hjörvaroðr, Hrani, Angatŷr, brulichi di formiche a tutti voi il torace, e possiate marcire, se non gettate quella spada che forgiò Dvalinn: armi di pregio non servono ai fantasmi.”
Dopo aver richiamato lo spettro del padre Hervör enumera ad uno ad uno tutti i berserkir che hanno combattuto con lui e prima di lui, tra cui alcuni possessori della spada. Se da una parte potremmo scorgere in questo elenco una mera enumerazione di genealogie vincolate dal rango e dal possesso di armi magiche, dall’altro possiamo invece far viaggiare la fantasia fino a vedere paralleli ideali con i lunghi elenchi di nomi della Divinità, o enti angelici e demoniaci, chiamati di fatto a “rinforzare” l’efficacia di una formula magica nella magia Cerimoniale!
A testimone della legittimità della sua richiesta Hervör si pone, come in un viaggio ultramondano, idealmente “sotto le radici dell’albero” Yggdrasill in una esperienza, potremmo sottolineare il parallelo, “qliphotica” (di fatto Hervör pare scendere fino ai confini/cancelli degli inferi rappresentati dall’identificazione delle radici dell’Albero Cosmico con l’isola dei tumuli in fiamme). È di fatto un atto magico di volontà: Hervör identifica l’isola con l’ingresso dell’ultramondano averno nel quale riposa il padre. L’isola perde così la sua figurazione “sepolcrale” e muta in un tempio per l’evocazione necromantica. Un tempio sul quale Hervör tuttavia non ha ancora sovranità…
Non è da sottovalutare che il testo specifichi che l’isola appare più infestata di giorno che di notte; nell’antichità i Demoni e gli spettri erano “meridiani”, più adusi a comparire nel mezzo del giorno, il momento in cui le ombre scompaiono e solo le ombre più forti, irriducibili e potenti direi, possono manifestarsi.
A seguito della prima invocazione la guerriera pone al cospetto dello spirito del padre i “sigilli” che le permetteranno di interagire con un essere asceso ad un più alto grado di coscienza (ricordiamo che i berserkir non erano guerrieri comuni…). Questi “sigilli” sono “elmo, corazza e spada affilata, con scudo, lancia e asta vermiglia”, le armi dei guerrieri berserkir.
Quindi, ricapitolando, sono stati presentati allo spettro i nomi di potere, i sigilli ed è stato delimitato il tempio.
E qui, infine, Hervör lancia il definitivo (e classico) anatema contro il padre e gli altri guerrieri berserkir nel caso decidessero di non accettare la sua richiesta.

Come si vede la dinamica dell’intera evocazione è strutturata secondo i classici canoni della Magia Cerimoniale:
– identificazione del tempo e luogo, connessione con la realtà ultramondana;
– presentazione del proprio grado e dei propri attributi magici;
– ingiunzione agli spiriti di essere accondiscenti e anatema in caso di loro contrarietà.

Concludendo si può sottolineare come, a dispetto della carenza – se non dell’ambiguità – delle fonti, la necromanzia non fosse affatto sconosciuta nelle saghe nordiche e che la pratica fosse molto simile a quella adoperata nel mondo Classico (quest’ultima largamente attestata).
Auspico che anche questo aspetto così particolare possa essere oggetto di studio da parte di ricercatori competenti, che, se proprio non vogliano dedicare le loro fatiche allo studio della magia (grave errore per chi studia le Civiltà Antiche), analizzino almeno le fonti alla luce del simbolismo (armi magiche, tumuli di fuoco, isole perdute e ingressi agli inferi…) oppure della psicologia (una guerriera che profana il corpo del padre – su indicazione dello stesso – per possedere il “potere della sua spada” potrebbe celare implicazioni ancora più sorprendenti di una “semplice” evocazione necromantica).

Indicazioni bibliografiche:

La bibliografia comprende anche opere sulla cultura celtica benché questa sia lontana da quella della Saga di Hervör.
Tuttavia mi è sembrato corretto inserire anche titoli inerenti la cultura celtica un ampio ventaglio di possibilità per chi voglia saperne di più della vasta produzione intorno al mondo delle culture del nord Europa.

Sulla mitologia nordica si possono consultare
Gianna Chiesa Isnardi, I Miti Nordici, Longanesi
Claude Lecouteux, Dizionario di Mitologia Germanica, Argo
Antiche Saghe Islandesi, a cura di marco Scovazzi, Einaudi
Antiche Saghe Nordiche, a cura di Marcello Meli, Mondadori
Edda Poetica, a cura di Giuseppe Scardigli, Garzanti
Snorri Sturlusun, Edda (trad. parziale), Adelphi
Riccardo Taraglio, Il Vischio e la Quercia, Edizioni l’Età dell’Acquario
Sylvia e Paul F. Botheryod, Mitologia Celtica, Keltia Editrice
Miranda J. Green, Dizionario di Mitologia Celtica, Rusconi
Kalevala, a cura di Elias Lönrot, Mediterranee

Sulla necromanzia non esistono studi monografici in lingua italiana. Si possono consultare le voci Necromanzia, Divinazione, Morte, Magia (con i dovuti rimandi) dell’edizione italiana dell’Enciclopedia Tematica delle Religioni diretta da Mircea Eliade (Jaka Book/Città Nuova) e il secondo volume de La Magia Nera di R. cavendish, Mediterranee.

 

Lucifero Mörker
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