INTRODUZIONE AL SACRIFICIO RITUALE

Il sacrificio (dal latino sacrificium, sacer + facere, “rendere sacro”) è il gesto rituale attraverso cui qualcosa viene tolto dalla condizione profana e consegnata al sacro, venendo per questo dedicata in favore di una o più entità sovrumane, come atto propiziatorio o di adorazione. Un culto sacrificale con funzioni e significati differenziati è attestato universalmente nelle religioni del mondo antico: dall’Antico Egitto alla Mesopotamia, dall’Ebraismo all’Islam, dalla religione Vedica ai Fenici, dalla religione Greca a quella Romana; ma il sacrificio non è solo materia del passato. Se il culto sacrificale è ormai lontano dal nostro modo di intendere la religione, il simbolo del sacrificio è una realtà viva e attiva nell’uomo contemporaneo: oggi mentre gli aspetti più deleteri del sacrificio si incarnano in alcune figure come il martire musulmano (shahid, kamikaze), altre e più complesse manifestazioni dello stesso simbolo, come la rinuncia di sé, l’abnegazione, la trasformazione interiore, persistono nella psiche con altrettanta intensità producendo talora quelle azioni di rinuncia, voto, lotta remissiva che un uomo compie su di sé in nome di un ideale, di Dio, di un amore, di un progetto.

TIPOLOGIE DI SACRIFICIO RITUALE

Sono fondamentalmente quattro le connotazioni che è possibile dare alla concezione di sacrificio:

  • il sacrificio come dono, offerta, abnegazione
  • il sacrificio come rito comunitario
  • il sacrificio come rivitalizzazione
  • il sacrificio come punto di congiunzione tra sacro e profano

Esponente di spicco dell’evoluzionismo britannico, Edward B. Tylor fu tra i pionieri della ricerca antropologica in materia di religione e sacrificio. La sua riflessione, esposta in Primitive Culture del 1871, è permeata da due concezioni fondamentali:

  • L’idea tipicamente evoluzionista che sia possibile riscontrare in ogni manifestazione culturale una progressione, una evoluzione da stadi più semplici a stadi più complessi.
  • L’idea che i vari aspetti della cultura, in particolare la religione, possano essere compresi sulla base di credenze.

Tylor ritiene infatti che le azioni rituali siano sinonimo delle preoccupazioni intellettuali che, non trovando risposta sul piano della spiegazione scientifica, esitano nel tentativo maldestro di controllo che si esplica nel rito. In questa concezione, i riti sono considerati secondari e subordinati rispetto alle credenze religiose, infatti il sacrificio viene inteso come un atto rituale mirante a ingraziarsi gli Dèi. Tylor individua tre fasi evolutive del sacrificio: dono, omaggio, abnegazione.

  • Il sacrificio è un dono che l’uomo offre a degli esseri soprannaturali che ha bisogno di rendersi benevoli; in questa fase l’intenzione del sacrificante si specializza progressivamente in funzione delle richieste. Inoltre l’uso di bruciare le vittime per far giungere alla divinità il cibo, è espressione della credenza in una reale trasmissione dell’offerta.
  •  La fase dell’omaggio è caratterizzata da un sentimento di riverenza nei confronti degli esseri spirituali a cui si dona qualcosa con profonda devozione; in questa fase si ritiene che il destinatario extraumano riconosca l’invio del bene, ma non lo riceva veramente. Inoltre, nell’omaggio non vi è più la certezza ma la speranza della ricompensa.
  • La fase dell’abnegazione si ha quando il reale senso del sacrificio non è più il dono alla divinità ma nella rinuncia del sacrificante: il valore e l’efficacia di ciò che si dona sono calcolati non in base al valore oggettivo dell’offerta ma in base alla gravità della sua perdita.

Ed è così che con l’affievolirsi della speranza della ricompensa, al dono disinteressato di sé nell’abnegazione, dall’idea di un’offerta reale alla divinità, si passa ad un dono simbolico: un’offerta può essere sostituita con un’altra pur conservando lo stesso valore simbolico.

Nel 1889 l’antropologo scozzese William Robertson Smith, pubblica Lectures on the religion of the Semites in cui l’autore fa confluire conoscenze provenienti sia dallo studio di fonti e documenti, sia da brevi ricognizioni sul campo. L’originale interpretazione smithiana della religione parte dalla constatazione che, nelle religioni antiche, la pratica rituale è rigorosamente fissata, mentre il significato ad essa attribuito è estremamente vago e variabile. L’autore ricollega l’istituzione del sacrificio alla pratica del totemismo, ritenuta da molti studiosi la prima forma di religione: il totemismo, inteso come il culto tributato ad un animale o vegetale con cui ci si identifica, trova la sua massima espressione nel rito del pasto dell’animale totem, proibito al di fuori di questa circostanza. Il pasto comunitario, che veniva ripetuto periodicamente, aveva lo scopo di rinnovare nel tempo il legame dei membri tra loro e di questi ultimi con l’entità animale: incorporando la carne e il sangue dell’animale totem ogni individuo interiorizzava materialmente il vincolo che li legava ad esso. Secondo la teoria di Smith l’animale totem viene sostituito dalla divinità ma il meccanismo rimane invariato. L’istituzione del sacrificio dunque non è motivata dal tentativo di ingraziarsi una potenza sovrastante attraverso un dono, ma dal bisogno di preservare l’unità del gruppo attraverso la benedizione della divinità.

James Frazer mise a fuoco in particolare le finalità magiche dei rituali sacrificali, considerando la magia come un tentativo rudimentale di esercitare un controllo sulla natura. La magia opera secondo un principio di corrispondenza per cui l’uomo imita la natura e crede che anch’essa sarà magicamente obbligata a seguire il suo esempio. Il rito assolve proprio a questa funzione di sollecitare e indirizzare il corso della natura a proprio vantaggio. Lo scopo del sacrificio quindi non è tanto il cementare la parentela tra il dio totemico e il suo popolo, quanto imporre alla natura il corso della rigenerazione attraverso la morte: con l’uccisione dello spirito della vegetazione, l’uomo primitivo è convinto di esercitare un effetto benefico e rivitalizzante sull’agricoltura.

Marcel Mauss e Henry Hubert collaborarono per diversi anni all’interno della rivista L’Année Sociologique dedicandosi in particolare al settore della sociologia religiosa. Nell’opera scritta nel 1898, Saggio sul sacrificio, gli autori si propongono di studiare il sacrificio con una prospettiva molto diversa da quella evoluzionista: restringere il campo di indagine a quei testi in cui il sacrificio è documentato con dovizia di particolari, testi vedici e biblici, per poter individuare il meccanismo socio-religioso alla radice. Una metodologia che, pur conservando il principio dell’unità del sistema sacrificale, adotta un tipo di comparazione che non prescinde dalla specifica contestualizzazione dei fenomeni d’indagine. L’analisi dei sacrifici ne mostra svariate tipologie: il tempo (sacrifici occasionali, costanti); la funzione (espiazione, propiziazione, domanda, comunione ecc.), l’oggetto di consacrazione (individuo, cosa), la modalità di consacrazione dell’offerta (bruciata in parte, del tutto o per niente).

LE PRINCIPALI CIVILTA’ ED IL SACRIFICIO RITUALE

Moltissime sono le civiltà che hanno affrontato la pratica del sacrificio rituale, sia animale che umano. Riportare in questo articolo le vicende e le tradizioni di ogni culto sarebbe impossibile, ma è invece possibile offrire alcuni esempi di quelle civiltà che sicuramente hanno fatto la differenza nella Storia antica. Nel corso della lettura si noterà come molti aspetti del sacrificio rituale siano comuni alla maggior parte dei culti e delle varie civiltà menzionate, così come sarà lampante notare le differenze mutate nel tempo. L’offerta in sacrificio è parte della storia religiosa dell’essere umano ed è di fondamentale importanza sviscerarne le origini affinché se ne possa analizzare il valore nella storia contemporanea: il sacrificio rituale, infatti, è ancora in uso ma – come ogni cosa – ha seguito i processi del tempo mutando nella forma ma non nella sua sostanza.

In questo articolo si troveranno informazioni riguardo ai sacrifici di sangue, quelli più cruenti e violenti, come anche le forme di offerta agli Dèi più inclini alle pratiche odierne: ancora oggi il sacrificio rituale è rimasto impregnato nella quotidianità dell’Uomo, abbandonando in parte l’aspetto brutale tipico del passato.

Gli Assiri-Babilonesi

Popoli compositi di stirpe sumera e semitica, i Babilonesi e gli Assiri abitarono la regione della Mesopotamia dal IV millennio a.C. al 538 a.C., quando il paese divenne provincia persiana. G. Furlani (1928/29) ha svolto in tempi non recenti una celebre ricostruzione della civiltà babilonese e assira che costituisce ancor oggi un punto di riferimento indispensabile per qualsiasi esposizione sull’argomento.

Gli Assiri-Babilonesi attribuivano una grande importanza al rituale sacrificale anche perché. nella loro mitologia, l’uomo era stato creato proprio allo scopo di macellare per gli dèi. Secondo L’Enûma Eliš, il poema cosmogonico babilonese, Marduk aveva creato il genere umano, impastandolo con il sangue del Dio ribelle Qingu ucciso, allo scopo di liberare le altre divinità da ogni tipo di lavoro; così l’uomo avrebbe pensato a tutto e gli dèi sarebbero stati assolti da ogni faccenda gravosa. La vita umana si configurava quindi come doppiamente sacrificale poiché nata dal sangue di un dio ribelle ucciso e perché destinata ad espiare una colpa non sua con la pratica sacrificale agli dèi. I sacrifici avevano un ruolo fondamentale poiché fornivano nutrimento alle divinità e ne assicuravano la benevolenza: sull’altare venivano poste le libagioni ed il Dio cui erano offerte era invitato a prendere posto a tavola. La vittima più comune del sacrificio era il montone dato che il suo ideogramma divenne il determinativo della parola indicante il sacrificio. Il sacerdote aveva il compito di presentare l’offerente al dio, enunciare il motivo dell’offerta, lodare le qualità della vittima e poi invitarlo ad accostarsi al tavolo, sedersi e mangiare: l’apice del rito era il pasto, inteso come alimento che teneva in vita e compiaceva gli dèi. Il pasto del dio era accompagnato da prostrazioni e preghiere che dovevano vivificare e dare efficacia agli atti del culto e consistevano per lo più in formule di esaltazione allo scopo di propiziare e, all’occasione, pacificare degli dèi a cui si tributava l’omaggio dei beni.

Una buona parte dei sacrifici era propriamente indirizzata ad allontanare minacce di ogni genere, contagio, malattia, stregonerie, spiriti maligni; una classe di sacerdoti specifica, gli āšipu, erano depositari delle tecniche terapeutiche atte a questi scopi e il loro intervento seguiva uno schema in cui si susseguivano tre azioni simboliche: individuare la causa del malessere tramite appositi strumenti di divinazione (investigazione); mettere in atto rituali conformi al caso specifico (fase negativa: allontanamento); infine accattivarsi gli dèi propizi ed ottenerne la protezione (fase positiva: riavvicinamento). Per una semplice purificazione potevano bastare abluzioni o aspersioni con acqua. L’idea sottostante era che il liquido scendendo sul corpo del penitente si impregnasse delle sue impurità e le lavasse via: l’acqua contaminata doveva poi essere raccolta e gettata in aperta campagna, in modo che il male fosse riassorbito dalla terra. Quando non bastava un’abluzione si poteva ricorrere ad un vero e proprio sfregamento con olio, burro, acqua o il sangue di una vittima, sull’oggetto o sul luogo impuro (rito del kuppuru). Altre pratiche di culto cancellavano l’impurità trasferendola su un oggetto e poi bruciandolo: il sacerdote āšipu ricopriva di ingiurie e scherni un elemento distruttibile come cipolle, datteri, grano, lana, dopodiché lo bruciava nel fuoco. Ogni traccia di cenere doveva scomparire in aperta campagna o nel fiume. Quando invece non si trattava di una semplice impurità ma di un malessere fisico o psichico che affliggeva un uomo, il sacerdote āšipu ricorreva a rituali più complessi e cruenti allo scopo di invitare il demone responsabile del malessere a prendere un’altra dimora.

La vittima non è infatti menzionata come dono di riscatto per un peccato ma è considerata piuttosto alla stregua di un contenitore/sostituto in cui travasare il male; la sofferenza patita dall’uomo con la malattia fisica o con il disagio interiore non è formalmente legata ad una mancanza o colpa umana bensì al capriccio del demone, inoltre lo scopo del rito sembra quello di ingannare la controparte demoniaca più che soddisfarla; la vittima non è offerta agli dèi benevoli ma ai demoni e dunque la sostituzione non avrebbe valore espiatorio bensì catartico: l’idea sarebbe quella di restituire il male al suo autore, di distruggerlo oppure di mandarlo ai nemici, agli dèi infernali a alla dimora dei morti. Complessivamente dunque i riti erano sostanziati dall’idea che vi fossero forze demoniache avverse all’uomo che andavano dirottate su altre prede e vittime. La presenza di dèi e demoni aventi caratteristiche e intenzioni diverse (benevole o malevole) forniva ai Babilonesi-Assiri una relativa chiarezza sul modo di rappresentare la realtà e di muoversi nel mondo; il principio era piuttosto semplice: allontanare entità malevole e attirare entità benevole.

L’Antico Egitto

Il culto degli Dèi era ufficialmente riservato al Re, che, in qualità di figlio di Dio, era unico e vero sacerdote e poteva effettuare un’immolazione simbolica levando una scure sul cibo per segnare il passaggio delle offerte all’altro mondo, dove potevano beneficiarne gli Dèi. Gli alimenti venivano lasciati in parte davanti al naos e poi prelevate e distribuite al personale del Tempio, solo il pane era lasciato fino a sera. Quella alimentare era pressoché l’unica funzione per la quale veniva officiato un sacrificio nell’Antico Egitto. I banchetti a base animale servivano ad incrementarne la potenza vitale del faraone secondo la tradizione secondo la quale mangiare significa anche incorporare la potenza delle vittime. Il Re era qualificato non come colui che provvedeva agli dèi ma come annientatore dei nemici. Il banchetto era un pasto attraverso cui ci si appropriava delle prerogative della vittima e una vittoria contro le forze ostili del caos. L’idea della vittoria sulle potenze ostili e la rinascita che ne derivava erano aspetti centrali della religione egizia, tanto da essere elaborati in due grandi cicli mitologici, quello di Ra e quello di Osiride. Il rito sacrificale non attualizzava la vicenda della resurrezione ma quella della sconfitta dei nemici: questo fa intuire che il fedele nel sacrificio non vivesse una mortificazione di sé ma l’annientamento del nemico. Per quanto riguarda i riti di purificazione, non sembra che essi comportassero né sacrifici di espiazione, né aspersioni con il sangue ma era invece utilizzata l’acqua, l’incenso ed il sale. A partire dal Medio Regno con la democratizzazione dell’aldilà divennero frequenti le purificazioni funerarie che consistevano in libazioni sulla tomba e lavaggi di statuette raffigurative; si riteneva infatti che l’acqua reidratasse e ridonasse linfa vitale al corpo smembrato, ucciso, disseccato, privo di umori vitali, restituendogli la sua integrità. Un ruolo di primo piano era svolto dalle fumigazioni che avevano sia una funzione apotropaica di allontanamento degli influssi ostili, sia una funzione di contatto con la divinità. Nel periodo più antico infatti l’incenso era detto “sudore che traspira dal corpo degli Dèi” e la sua combustione era il segno manifesto della presenza del dio. Peccati e impurità erano eliminati con abluzioni, fumigazioni, pellegrinaggi, partecipazione ai misteri di Osiride, dichiarazioni di innocenza.

I Cananei

Così sono denominati gli abitanti che precedettero gli israeliti nella terra di Canaan e convissero con essi in Palestina influenzandone massicciamente le concezioni e le prassi religiose. A capo del culto vi era il Re, cui seguivano gerarchicamente il capo dei sacerdoti (rb khnm), dodici famiglie di sacerdoti (khnm), un gruppo non ben determinato di persone consacrate (qdšm) e poi cantori, danzatori e danzatrici (šrm). I sacrifici più frequenti comprendevano sia offerte alimentari non cruenti sia sacrifici cruenti di bestiame. Talvolta il fedele mangiava e beveva davanti alle divinità e si abbandonava a pratiche sessuali orgiastiche volte a incitare, in una forma di magia imitativa, la produttività dei campi. Anche la prostituzione sacra praticata nei Templi principali serviva a rafforzare la divinità e mantenere attive le grandi forze della vita; i riti erano probabilmente accompagnati da preghiere, inni e canti. Secondo i Cananei la sventura era conseguenza di una trasgressione etica o cultuale perciò i peccati andavano confessati ed espiati per riconquistare il favore degli Dèi. La letteratura arrivata fino a noi descrive sacrifici cruenti a carattere pubblico officiati in presenza del Re per ottenere il perdono dei peccati.

Il sacrificio rituale nella mitologia ugaritica

I miti e le leggende di Ugarit forniscono qualche indicazione sul senso da attribuire ai sacrifici cananei. Alla base della mitologia ugaritica vi era la concezione naturistico-agraria della lotta tra lo spirito fecondatore della primavera e quello distruttivo dell’estate. Così le divinità maschili principali El (Padre, creatore, sovrano), Baʽal, (figlio di El e fecondatore della natura), Mot (figlio di El e dio della messe estiva e autunnale, nonché dio degli inferi) impersonavano una fase del ciclo stagionale e del lavoro agricolo. Le grandi divinità femminili avevano prevalentemente carattere cosmico, mentre le molte divinità locali rappresentavano perlopiù forze ed elementi naturali ed erano detti complessivamente Baʽalim e Astarot. La mitologia fiorita intorno a Baʽal racconta di due imprese decisive compiute dal Dio per stabilire l’ordinamento cosmico: lo scontro con Yam (Mare) per la successione al trono divino di El, segna l’avvento della regalità di Baʽal e la subordinazione delle forze ignote degli abissi, recuperate però come elemento indispensabile della vita e dell’armonia cosmica; nel conflitto con Mot (Morte), invece, Baʽal esce sconfitto dal duello e viene inghiottito nella gola di Mot, dove rimane come morto, finché Anat, sua sorella e consorte, annienta il suo assassino. Liberato dal nemico, il corpo del dio è seppellito con i dovuti onori ma dopo qualche tempo Baʽal resuscita, restituendo alla terra, resa sterile dalla sua assenza, fertilità e produttività. La vicenda ha fine solo dopo che Mot, a sua volta risorto, dichiara la sua sudditanza a Baʽal che d’ora in avanti potrà regnare incontrastato. Mentre la sconfitta di Yam segna la vittoria dell’ordine sulle forze del caos e dà simbolicamente inizio alla civiltà umana. Le sorti di Baʽal nel conflitto con Mot, la discesa negli inferi, la sepoltura e la resurrezione, illustrano allegoricamente le fasi del ritmo stagionale e inseriscono simbolicamente la realtà della morte in un sistema ordinato e armonico in cui vita e morte si susseguono ciclicamente.

Il Sacrificio Rituale: Origine, Civiltà, Evoluzione

SACRIFICIO UMANO

Frazer connette le uccisioni rituali di vittime umane, poi fatte a pezzi, al tema della fertilità; in particolare fa riferimento al mito di Osiride ridotto a brandelli dal fratello Seth. I sacrifici umani, in particolare di soggetti che dal punto di vista politico e sociale hanno un alto valore anche simbolico, come i Re, devono essere interpretati come azioni rituali attraverso i quali l’uomo mira a bilanciare il peso del polo della naturalità, garantendo così il ripristino dell’equilibrio compromesso dalla crisi. Il sacrificio di questo individuo, dunque, diventa indispensabile per ristabilire l’armonia tra natura e cultura, turbata da un evento improvviso e incontrollabile, quale, per esempio, una carestia.

La pratica del sacrificio umano, seppur abbandonata dalla quasi totalità dei culti e delle religioni, è ancora diffusa in alcune tribù africane ed in alcune culture sud-americane. Nei tempi antichi era largamente utilizzata la pratica del sacrificio umano, soprattutto nelle tradizioni Maya ed Incas, ove le vittime maggiormente sacrificate erano i bambini: essi non dovevano presentare alcun tipo di imperfezione e questa peculiarità è riscontrabile non solo nel sacrificio umano ma anche in qualunque altro tipo di offerta rituale: la qualità dell’offerta determinava il grado di gradimento delle divinità e questo implicava una maggiore probabilità di successo relativamente alla richiesta posta dalla classe sacerdotale. Un’altra civiltà estremamente nota per le sue abitudini al sacrificio umano, è quella Azteca: i loro Dèi erano molto esigenti e questo portò la popolazione a veri e propri massacri; essi credevano che le divinità si fossero immolate per creare il Sole e, pertanto, era loro dovere nutrirli con l’acqua sacra, ovvero il sangue.

Molti altri popoli praticavano il sacrificio umano a sfondo rituale, dai Celti agli Etruschi, finanche ai Greci; l’offerta umana era diffusa in quasi tutte le culture antiche.

IL SACRIFICIO RITUALE NELLA BIBBIA

All’interno della Bibbia si trovano moltissimi riferimenti al sacrificio rituale, sia animale che umano, come anche inteso nel suo aspetto simbolico. Il sacrificio è stato parte integrante della religione, una tradizione che ancora oggi viene portata avanti in gesti più o meno eclatanti. Dal capitolo 25 dell’Esodo iniziano sette capitoli ove vengono spiegati tutti i tipi di sacrifico presenti nel Libro Sacro; essi vengono suddivisi in cinque categorie:

Olocausto. Questo tipo di sacrificio prevede l’uccisione del miglior animale che viene posto sull’altare ed infine bruciato interamente. Secondo la tradizione, il fuoco con cui l’offerta viene bruciata, rappresenta il veicolo con cui il gesto sale fino ai Cieli per arrivare a Dio, nonché chiaro riferimento alla purificazione stessa dell’animale sacrificato.

Oblazione. Si tratta di sacrifici relativi ad offerte di generi alimentari come ad esempio il pane, il vino, spezie ed altri alimenti considerati costosi.

Comunione. Questo tipo di sacrificio rituale comporta l’uccisione dell’animale che viene, infine, mangiato; alcuni pezzi dell’animale vengono riposti sull’altare e bruciati. Simbolicamente le parti che vengono offerte a Dio sul suo altare sono il grasso che si trova sull’intestino e quello che ricopre i reni dell’animale.

È da notare come tutti questi tipi di sacrificio prevedano l’utilizzo di materiali di prima qualità; nel caso degli animali, in particolare, era di fondamentale importanza la scelta dell’animale più bello, più in salute e più giovane possibile – in quanto considerato più costoso. Allo stesso modo era concepito il sacrificio/offerta di generi alimentari: ad esempio, il pane offerto doveva essere stato prodotto con ingredienti preziosi in termini di qualità.

Vi sono infine altri due tipi di sacrificio considerati “successivi” rispetto a quei sacrifici rituali che prevedono l’uccisione o comunque l’impiego di materiali organici ed animali:

Espiazione. Con questo tipo di sacrificio si intende quello relativo ai peccati commessi nei confronti di Dio: imprecazioni, mancanze di tipo spirituale, mancato rispetto dei dettami di Dio e, di fatto, qualunque altra azione possa incorrere nell’ira di Dio. Un esempio di sacrificio di espiazione può essere considerato la punizione mossa dal sacerdote dopo una confessione, così come – nei casi più estremi – la pratica della flagellazione. In casi più generali, invece, può essere esplicato attraverso il sacrificio di un animale offerto in dono per il perdono delle proprie colpe.

Riparazione. I sacrifici di riparazione sono quelli commessi nei confronti di altre persone e spesso vengono ovviati attraverso “sacrifici” economici: riparare all’errore attraverso denaro o uno scambio equo.

Uno dei sacrifici che maggiormente viene perpetrato ancora oggi, è il sacrificio pasquale ossia l’offerta sacrificale dell’agnello a Dio. Pasqua significa passaggio ed è una parola ebraica che indica il passare di Dio che, in quella notte, colpisce qualcuno risparmiando altri. Il verbo ebraico pasah da cui deriva il nome Pasqua, vuol dire zoppicare, danzare, saltare. Nella fase più antica secondo la tradizione, i pastori nomadi temevano che uno spirito cattivo, immaginato come zoppo, passasse in mezzo al bestiame danneggiando le pecore e facendo morire gli agnelli. Essi per tenerlo lontano uccidevano un agnello e mettevano il suo sangue intorno all’accampamento in modo tale che lo spirito si accontentasse di quel sangue e non toccasse il resto del gregge. I pastori, prigionieri in Egitto, dopo essere stati rifiutati dal faraone, decisero di compiere ugualmente il loro sacrificio di sangue: uccisero l’agnello mettendo il sangue sulle porte delle loro case. Il Signore in quella notte, passando, uccise i primogeniti degli egiziani, risparmiando gli israeliti, saltando le loro case e passando oltre. Da quella occasione, tutti gli anni Israele ripeterà la festa di attraverso il sacrificio dell’Agnello Pasquale che diventerà un segno di ringraziamento e di consacrazione verso Dio. Il sacrificio dell’Agnello che viene mangiato a Pasqua dal popolo, è un sacrificio di comunione e consacrazione: non è bruciato in un’ora di Dio ma mangiato dall’agente. Prima di cuocerlo per metterlo in tavola, l’agnello viene ucciso ritualmente nel tempio in un giorno preciso e solo in determinate ore di quel giorno: il 14 di nisan tra l’ora sesta e l’ora nona è offerto a Dio come memoriale, cioè come ricordo concreto di quello che Dio ha fatto.

In tempi moderni come i nostri, ancora oggi il popolo ebraico e cristiano attua questo sacrificio rituale ogni anno, uccidendo animali nel nome del proprio Dio: una scena aberrante per una popolazione avanzata come quella che dovrebbe essere la nostra. Non si tratta però dell’unico episodio di violenza e di sacrificio animale o umano riscontrabile all’interno della Bibbia: molti altri è possibile ritrovarne ma decisamente troppi da elencare in un solo articolo; di seguito tratteremo alcuni altri esempi di sacrificio rituale compiuto nel nome di Dio.

Il primo sacrificio che incontriamo durante la lettura della Bibbia, viene raccontato nella vicenda relativa a Caino ed Abele. I due fratelli, ci narra la storia, decisero di fare un’offerta a Dio per ingraziarsi la sua benevolenza; era infatti piuttosto noto perfino a loro, il carattere decisamente violento del Dio: sarebbe bastata quella che oggi potremmo definire “un’antipatia” per far degerare del tutto la vita del malcapitato. Era risaputo che Dio avesse un’opinione molto severa nei confronti di Caino, che si concretizzò ulteriormente dopo la presentazione delle offerte in sacrificio per lui.

Caino ed Abele erano rispettivamente un contadino ed un pastore ed è ancora oggi molto aspra la concorrenza tra i due ruoli: mentre il contadino ha la sua terra e coltiva l’agricoltura, il pastore si occupa del bestiame in giro per pascoli non di sua proprietà; il bestiame inoltre si nutre dei frutti della terra ed ai contadini questo non fa, inevitabilmente, molto piacere. La diatriba tra le due fazioni è dunque antica come il mondo e nella Bibbia non si risparmia di certo. Caino presentò al cospetto di Dio i migliori frutti della terra che coltivava con cura, mentre Abele offrì l’animale migliore tra il bestiame allevato. Naturalmente, Dio, preferì di gran lunga il sacrificio di sangue ed apprezzò l’offerta di Abele che – nella concezione religiosa – finì con l’incarnare l’ideale puro del buon figlio di Dio. Sembrerebbe infatti che il dio dei cristiani e degli ebrei preferisse – non troppo velatamente – le grandi quantità di sangue versato in suo onore, rispetto ad offerte che non necessitassero di spargimenti di sangue.

Considerando la figura di Abele come l’uomo giusto e Caino come il male incarnato, il fratricidio compiuto da quest’ultimo, portò ad una generazione di uomini malvagi ed immeritevoli della bontà di Dio. È così che, andando avanti nella lettura della Bibbia, troviamo la storia di Noè. Il mondo era corrotto dal sangue sporco di Caino, così il buon dio pensò di distruggerlo per riedificarlo attraverso un altro Abele chiamato Noè il giusto. Decise quindi di mandare il diluvio sulla Terra, lasciando a Noè ed alla sua famiglia la grande responsabilità di ricostruire un nuovo mondo basato sulla bontà d’animo dell’uomo e naturalmente sulla fede: Dio infatti disse a Noè di salvare con lui 7 coppie di animali mondi, ossia bovini, ovini, caprini ed alcune specie di animali. Perché ne fece scegliere 7 coppie anziché solo due? La risposta è molto semplice: come avrebbe potuto, Noè, sacrificare a Dio le offerte animali se ne avesse salvata solo una coppia? Il sacrificio di sangue in suo onore è, ancora una volta, estremamente presente – anche in quel contesto ove la priorità era rappresentata dalla salvezza dell’unico uomo meritevole di diventare il capostipite della generazione umana. Ma Yhaweh decise di salvare la specie animale e la famiglia di Noè solo ad una condizione; essa la ritroviamo in Genesi 8;20:

20 E Noè edificò un altare all’Eterno; prese d’ogni specie d’animali puri e d’ogni specie d’uccelli puri, e offrì olocausti sull’altare.

21 E l’Eterno sentì un odor soave; e l’Eterno disse in cuor suo: “Io non maledirò più la terra a cagione dell’uomo, poiché i disegni del cuor dell’uomo sono malvagi fin dalla sua fanciullezza; e non colpirò più ogni cosa vivente, come ho fatto.”

Fu quindi il soave profumo del sangue degli animali versato in sacrificio per lui a muovere in Yhaweh il desiderio di non distruggere il mondo nella sua interezza, bensì offrire a quell’uomo tanto di fede quale Noè, la possibilità di vivere e riprodursi per dare nuova speranza al genere umano.

Avanzando nella lettura, ci si imbatte in un altro personaggio che molto ha a che vedere con il concetto molto esplicito del sacrificio di sangue: Abramo. A lui infatti, Dio promise la Terra ed un erede maschio, ma anche qui egli volle qualcosa in cambio:

7Il Signore disse ad Abram:
– Io sono il Signore; io ti ho fatto uscire da Ur, città dei Caldei, per darti questa terra.
8Signore, mio Dio! – rispose Abram. – Come posso sapere che questa terra sarà mia?
9Il Signore gli rispose:
– Procurami una vitella, una capra, un montone, tutti di tre anni, una tortora e un piccione giovane.
10Abram si procurò tutti questi animali, li tagliò in due e mise ogni metà di fronte all’altra. Ma non divise gli uccelli.

Da quest’ennesimo sacrificio di sangue passarono diversi anni, caratterizzati da altrettante offerte: Abramo infatti aveva ben compreso, finalmente, che per gratificare il suo dio erano necessari questi atti sacrificali continuamente; finché un giorno, si legge nel capitolo 18 della Bibbia, Yhaweh apparve ad Abramo ed a sua moglie Sara, promettendo loro che di lì ad un anno, avrebbero avuto il figlio tanto desiderato: Isacco. Ora che la promessa di Dio su Abramo si era realizzata, Yhaweh volle ancora di più; nel libro della Genesi 22,1-18 infatti si legge:

1 Dopo queste cose, Dio mise alla prova Abramo e gli disse: «Abramo, Abramo!». Rispose: «Eccomi!». 2 Riprese: «Prendi tuo figlio, il tuo unico figlio che ami, Isacco, va’ nel territorio di Moria e offrilo in olocausto su di un monte che io ti indicherò». 3 Abramo si alzò di buon mattino, sellò l’asino, prese con sé due servi e il figlio Isacco, spaccò la legna per l’olocausto e si mise in viaggio verso il luogo che Dio gli aveva indicato. 4 Il terzo giorno Abramo alzò gli occhi e da lontano vide quel luogo. 5 Allora Abramo disse ai suoi servi: «Fermatevi qui con l’asino; io e il ragazzo andremo fin lassù, ci prostreremo e poi ritorneremo da voi». 6 Abramo prese la legna dell’olocausto e la caricò sul figlio Isacco, prese in mano il fuoco e il coltello, poi proseguirono tutt’e due insieme. 7 Isacco si rivolse al padre Abramo e disse: «Padre mio!». Rispose: «Eccomi, figlio mio». Riprese: «Ecco qui il fuoco e la legna, ma dov’è l’agnello per l’olocausto?». 8 Abramo rispose: «Dio stesso provvederà l’agnello per l’olocausto, figlio mio!». Proseguirono tutt’e due insieme; 9 così arrivarono al luogo che Dio gli aveva indicato; qui Abramo costruì l’altare, collocò la legna, legò il figlio Isacco e lo depose sull’altare, sopra la legna. 10 Poi Abramo stese la mano e prese il coltello per immolare suo figlio.

Nel periodo in cui si dice visse Abramo, il sacrificio umano era un gesto molto comune all’interno del contesto religioso: molti Re ad esempio erano abituati a sacrificare i propri figli anche per assicurarsi la vittoria in battaglia; Abramo dunque non si fece molto scrupolo di eseguire l’ordine di Dio e di uccidere in sacrificio per lui l’unico figlio che Dio stesso gli aveva concesso. Quello che si verificò in quel momento può essere considerato un vero e proprio contratto, una specie di azione magica che obbligava in qualche modo Dio ad offrire all’uomo qualcosa in cambio del più grande sacrificio mai richiesto; secondo la concezione del tempo, sacrificare qualcosa di non proprio, come un animale, era meno sacro rispetto al sacrificio di quel che era sangue del proprio sangue.

Allora Yhaweh fermò la mano di Abramo che decise di sostituire il sacrificio di sangue del figlio con il sacrificio di un animale che vide lì vicino.

Un altro interessante esempio che possa spiegare il viscerale interesse di Yhaweh nei confronti del sacrificio di sangue, lo ritroviamo anche nel capitolo 24 del secondo libro di Samuele. Davide, volendo fermare la peste che si era diffusa a Gerusalemme, decide di compiere un rituale di sacrificio nel tentativo di placare l’ira di Dio:

  1. E Davide edificò quivi un altare al Signore, e offerì olocausti e sacrificii da render grazie. E il Signore fu placato inverso il paese, e la piaga fu arrestata d’in su Israele.

Ancora una volta, il popolo di Israele aveva largamente compreso l’importanza che per il loro dio aveva il sacrificio di sangue: unica pratica che potesse offrire loro la salvezza dallo stesso dio che diceva di amarli ma che non avrebbe avuto alcuna remora nel vederli perire tutti, uno dopo l’altro se non avessero compiuto questi atti di inaudita violenza nel suo nome.

Vi è infine un ultimo tipo di sacrificio che emerge dal Salmo 49 che riguarda il cosiddetto sacrificio di lode, che altro non è che una definizione dell’odierna preghiera cristiana:

“Ascolta, popolo mio, voglio parlare,
testimonierò contro di te, Israele!
Io sono Dio, il tuo Dio!
Non ti rimprovero per i tuoi sacrifici,
i tuoi olocausti mi stanno sempre davanti.
Non prenderò vitelli dalla tua casa
né capri dai tuoi ovili.
Sono mie tutte le bestie della foresta,
animali a migliaia sui monti.
Conosco tutti gli uccelli del cielo,
è mio ciò che si muove nella campagna.

[…]

Capite questo, voi che dimenticate Dio,
perché non vi afferri per sbranarvi
e nessuno vi salvi.”

È interessante notare come il dio di Israele continui incessantemente a ripetere l’importanza dei sacrifici di sangue di animali, che a detta sua, gli appartengono tutti; penitenza per chi non segue i suoi dettami è la morte.

Ci siamo soffermati a lungo sulle vicissitudini sacrificali narrate nella Bibbia, non per desiderio di gettare fango sulle altre religioni – nonostante ne avessimo tutto il diritto, considerando il trattamento che ci è stato riservato nel passato come anche ai giorni nostri – ma semplicemente perché troviamo importante e molto rilevante far emergere molte di quelle spregevoli pratiche che, fin dai tempi più remoti, accusavano streghe e stregoni di compiere nel nome del diavolo; accuse che altro non sono che uno specchio di loro stessi, molte delle quali vengono attuate finanche nel nuovo millennio, processando il sacrificio di sangue come una tradizione normale in virtù della bontà di un dio che sembrerebbe desiderare solo il soave profumo del sangue versato.

IL SACRIFICIO RITUALE NEL SATANISMO

Proprio nel precedente capitolo abbiamo terminato il discorso ricordando quanto il sacrificio di sangue fosse prerogativa dei culti diabolici, secondo la dottrina di Mano Destra, nonostante la Bibbia stessa sia un chiarissimo esempio di violenza, spargimento di sangue, odio e distruzione quasi senza precedenti. Non è affatto raro, ahimè, che il Satanismo venga accostato a rituali che prevedano l’utilizzo di sacrifici di ogni sorta, da quello animale sino al vero e proprio omicidio; d’altra parte si sta parlando di due Vie totalmente opposte ove il dio di una è il nemico dell’altra. Per onestà intellettuale è doveroso far presente ancora una volta come il sacrificio rituale sia stato parte fondamentale della pratica della maggior parte dei culti pagani – ripresa in secondo luogo anche dai monoteismi; il Satanismo in particolar modo ha visto, nel suo periodo più deviato, episodi di sacrificio di sangue: negare l’evidenza sarebbe sleale e ridicolo. Ci si riferisce in particolar modo però a quel contesto che riteneva il Satanismo esclusivamente come un rovesciamento del Cristianesimo: dal nostro punto di vista si tratta di un culto basato non su Satana inteso come Dio, ma come desiderio distorto di ribellione nei confronti di una religione che non poteva più essere tollerata per alcuni. Andando ancora più nello specifico, potremmo riportare l’esempio de La Voisin, una delle prime a concepire il Satanismo come anti-cristianesimo, operando in maniera non giustificabile: l’uccisione di bianche colombe o altri animali, non è assolutamente una pratica che i Satanisti di oggi possono accettare.

Molti potranno dire che anche le religioni attuali hanno modificato il loro modo di praticare il sacrificio e che l’epoca menzionata nella Bibbia era molto diversa, molto antica e che l’uomo di allora era poco “evoluto” per comprendere la non-necessità di versare sangue per fare un’offerta al proprio dio. Personalmente vorrei poter essere d’accordo, ma la realtà dei fatti ci racconta una storia ben diversa, una storia in cui perdurano episodi come quelli sopracitati.

Il Satanismo del passato aveva poco a che fare con quello che il Culto di Satana è oggi: nessun Satanista degno di tale nome oserebbe torcere un pelo ad un animale, soprattutto nel nome di un Dio che in realtà non ha affatto desiderio né piacere nel ricevere offerte imbrattate di sangue. I fatti di cronaca, a volte, trattano ancora episodi di sacrificio di sangue – a loro detta operati da Satanisti, ma quel che ne è obbiettivamente emerso è ben altro: tali episodi sono da ricondurre ad una branca di anti-cristiani e più specificatamente, criminali, chiamati Acidi; essi non hanno nulla a  che fare con il Satanismo, ma fa loro comodo fregiarsi del nome di Satana per arrogarsi il diritto di compiere atti terribili. In questi casi, quindi, Satana funge da capro espiatorio, quasi come motivo di giustificazione per insabbiare i propri atti criminali.

Paradossalmente, non vi sono motivi per accusare Satana di qualsiasi tipo di uccisione. Nel libro “Oltre la mente di Dio, quando l’uomo creò Dio senza sapere di esserlo” gli autori Alessio ed Alessandro De Angelis hanno raccolto informazioni molto interessanti, facendo un curioso confronto fra le uccisioni attuate per conto di Dio e quante per conto di Satana, nella Bibbia: si partirebbe dall’episodio del Diluvio Universale (30,000,000 vittime) per terminare con Erode Atti 12:23, per un totale di 34,682,212 vittime morte per volontà di Dio nell’arco dell’intera storia biblica. Naturalmente queste informazioni fanno riferimento a vittime di sacrificio umano; vittime animali, come evidenziato precedentemente, non sono altrettanto mancate.

Di contro, invece, si parla di un solo episodio di uccisione per mano di Satana, precisamente in Giobbe 1:1-19, ove uccise solamente dieci persone sotto ordine diretto di Dio per una scommessa che i due avevano fatto in precedenza. Contrariamente a quanto i più possano pensare, il cosiddetto diavolo non ha mai richiesto sacrifici né ha mai voluto spargimenti di sangue, come ben noto anche dal punto di vista biblico. Ancora oggi, infatti, i Satanisti moderni non hanno alcun interesse nell’affrontare con la violenza animali o, ancor peggio, esseri umani come offerta nei confronti di Satana, cosa che invece non si può certo dire per i nostri primi accusatori.

EVOLUZIONE DEL CONCETTO DI SACRIFICIO RITUALE

I secoli passano e con loro mutano anche molti aspetti di culti e religioni, adattandosi ai tempi moderni affinché antiche tradizioni possano portarsi avanti rispettando la vita ed anche la legge. È il caso, ad esempio, di molti culti pagani la cui origine antica prevedeva l’utilizzo del sacrificio di sangue; oggi sono pochissime le Tradizioni magico-religiose che ancora adoperano la brutalità del sacrificio rituale su animali o persone, le rare testimonianze provengono perlopiù da lontani villaggi dimenticati dal mondo, trattandosi spesso di popoli non civilizzati. Vi sono però alcuni culti più o meno noti ove è possibile ritrovare tali pratiche ancora in forte uso, poiché facenti parte della normale vita religiosa del luogo ed in totale rispetto delle proprie leggi politiche. Parlando in termini più generali, il concetto di sacrificio rituale è drasticamente mutato. La maggior parte dei culti pagani ed il Satanismo stesso, ha affrontato la pratica del sacrificio rituale improntandola su se stesso. Nei precedenti capitoli è stato più volte enfatizzata l’importanza dell’offrire al proprio Dio qualcosa di sé, piuttosto che qualcosa di esterno; un esempio molto chiaro lo troviamo nel già discusso sacrificio di Isacco da parte di Abramo: sacrificare il sangue del proprio sangue ha, inevitabilmente, un valore ben più grande rispetto al sacrificio di un animale, seppur allevato con tutte le cure ed essendo di eccellente qualità. Oggi questa trasmutazione del concetto di sacrificio viene adottata da pagani e Satanisti soprattutto attraverso il proprio sangue. Nell’articolo Il rituale satanico, è stato spiegato come il proprio sangue sia inteso come la più intima e volontaria offerta da dedicare alle proprie divinità; nello stesso articolo vengono menzionate una serie di offerte molto valide che vanno a sostituire il macabro ideale del sacrificio animale/umano per estendersi, altresì, ad una dinamica molto più personale e soggettiva di offerta in sacrificio. Si tratta principalmente di forme di sacrificio che non prevedano violenza e questo concetto emerge anche nella casistica in cui venga offerto cibo agli Dèi: l’animale offerto non viene ucciso dal Praticante, bensì viene acquistato post-mortem; è anche da sottolineare che l’offerta di carne animale è raramente praticata, preferendo piuttosto offerte del proprio sangue ed offerte di vino.

I culti spirituali odierni enfatizzano moltissimo la caratteristica simbolica dell’offerta e del sacrificio rituale, adattando gli antichi dettami con pratiche al passo con i tempi: se nel passato sacrificare un’ottima vacca era considerato un sacrificio enormemente gradito per la sua qualità, oggi potrebbe essere equiparato alla rinuncia della lunghezza dei propri capelli – magari lasciati crescere con fatica negli anni – decidendo di dargli un taglio netto e donarli sull’altare del proprio Dio. Di fatto il sacrificio rituale prevede la rinuncia di qualcosa a noi caro nell’atto di renderlo sacro: potrebbe essere qualunque cosa per voi abbia reale valore affettivo, economico o anche solo simbolico.

Ahsife Oscura

Fonti

I sacrifici umani in Israele, De Vaux (traduzione di Esonet)

Rituali Pagani, Dattilo Ideo © Vittorio Fincati

Il sacrificio nella Bibbia, Don Claudio Doglio

Indagine sul satanismo: satanisti e anti-satanisti dal Seicento ai nostri giorni, Massimo Introvigne

Il sacrificio nell’Israele antico, Costanza Ratti

Il Sacrificio, Franco Pignotti

Il sacrificio, Enrica Zamperini

I satanisti. Storia, riti e miti del satanismo, Massimo Introvigne