INTRODUZIONE

Da millenni l’umanità è abituata a (ri)conoscere le festività più importanti di quelle che sono le religioni monoteiste predominanti nel mondo. Festività che, in maniera più o meno tradizionale, vengono celebrate non solo da individui credenti ma anche dagli atei: questo accade per svariati motivi che possono riguardare la sfera personale, emotiva e familiare dei singoli soggetti.

Ci si riferisce in particolar modo a quelle feste che, soprattutto in tenera età, un po’ tutti noi abbiamo atteso con grande entusiasmo. Dalla festa di Natale alla Pasqua, passando per Carnevale ed Epifania, le più celebri festività attribuite al Cristianesimo hanno arricchito non solo le città di festosi colori, ma anche le casse vaticane.

Probabilmente non tutti sanno quali ombre si celino dietro l’origine di festività di cui, le religioni odierne, si sono appropriate con la forza: antiche Feste ricche di simbolismi e riti che ancora oggi trapelano da usi e costumi di coloro che di proprio ed originale non hanno mai avuto niente.

In questo articolo desideriamo trattare l’antica origine pagana di tutte quelle festività che oggi sono conosciute come di matrice cristiana; festività di gran lunga antecedenti al Cristo ed all’Ebraismo che – come ogni cosa appartenente ad un remoto passato – sono state riciclate per avvalorare la storia di un dio che, evidentemente, non aveva molto di proprio da raccontare.

Già nell’articolo I Sabba e le festività pagane, abbiamo affrontato in parte l’origine di quelle feste legate alla Ruota dell’Anno ed i cicli stagionali, mostrando come i monoteismi abbiano manipolato le antiche tradizioni a proprio favore. Ma i cosiddetti Sabba – demonizzati in seguito – non sono le uniche feste che le religioni hanno rubato e corrotto. Vi sono Feste, Riti ed usanze “comuni” che provengono dalla stessa sorgente pagana da cui le religioni di Mano Destra hanno spietatamente attinto e rielaborato. Un vero e proprio furto d’identità che, come osservato finanche nell’articolo I Demoni nella Tradizione Satanica, sembrerebbe essere loro consuetudine.

Di seguito affronteremo la storia delle feste pagane rese omaggio agli idoli cristiani o negativizzate nei casi in cui non vi potesse essere un collegamento – seppur fittizio –  nei loro confronti. Sarà lampante notare come i periodi delle antiche feste pagane e le odierne celebrazioni cristiane coincidano perfettamente, dimostrando in maniera del tutto evidente l’enorme lavoro di prevaricazione da parte del monoteismo.

L’ORIGINE PAGANA DELLA FESTA DI OGNISSANTI E DEI MORTI

1-2 novembre

Come già accennato nell’articolo I Sabba e le festività pagane: cosa sono e come celebrarli il Sabba di Samhain, dedicato ai defunti ed agli Spiriti, è stato scrupolosamente sostituito dal Cristianesimo con altre feste; la festa “di Tutti i Santi” (1 novembre), festività dedicata alle figure sante della Nuova Regione ed un’altra giornata dedicata specificatamente alla commemorazione dei defunti: il 2 novembre, data decisamente molto vicina alla notte tra il 31 ottobre e il 1 novembre in cui i Pagani celebravano Samhain in onore dei defunti. Non ci dilungheremo quindi nella spiegazione, preferendo rimandare all’articolo sopracitato.

L’ORIGINE PAGANA DELL’IMMACOLATA CONCEZIONE

8 dicembre

Direttamente correlata alle festività natalizie vi è un’altra occasione di estrema importanza nel calendario cristiano: il giorno dell’Immacolata Concezione.

Erroneamente attribuita al concepimento di Gesù, l’8 dicembre rappresenta in realtà la fecondazione di Maria nel grembo di Santa Anna che, sterile, ricevette la benedizione di un angelo per ottenere la fertilità. La festa dell’Immacolata è stata aggiunta al calendario cristiano nel 1854 mediante la Bolla Ineffabilis Deus di Papa Pio IX in cui annunciava la perfezione di Maria, nata senza peccato.

Così come accadde per tutte le altre festività più importanti del Cristianesimo, anche l’Immacolata deriva da origini ben più lontane, di matrice pagana. In questa data infatti – proprio l’8 dicembre – vi è la festa Romana dedicata a Gaia e Tiberino, l’unione dell’acqua e della terra che è alla base della vita: i Tiberinalia, che celebrava l’anniversario della nascita del tempio di Tiberinus sull’isola Tiberina. La leggenda narra che Tiberio, descritto come un dio cornuto, cadde nel Tevere ed annegò dando il suo nome al fiume. La sua essenza, trasferitasi nelle acque, assorbì la sua rabbia e la violenza, rendendo il fiume impetuoso da navigare.

Ma anche in Grecia l’8 dicembre era una data ricca di tradizione: avevano luogo i festeggiamenti in onore di una Dea, figlia di Zeus, conosciuta – guarda caso – come una vergine protettrice della giustizia, dei tribunali nonché punitrice degli assassini.

La festa dell’8 dicembre, però, era ben conosciuta anche dagli Egizi. È infatti proprio l’8 dicembre che in Egitto si festeggiava la Dea Nieth di Sais, divinità guerriera munita di arco e frecce, protettrice della caccia – divinità che in seguito sarà assimilata con la figura di Diana ed Atena.

Un periodo, quello dell’8 dicembre, che sfocerà nella celebrazione dei Saturnalia dal 17 al 23 dicembre con una serie di riti ed usanze perfettamente emulati nel Natale Cristiano.

Vi è inoltre da sottolineare – quando si affronta il tema Mariano – l’incredibile somiglianza della Madonna con la figura egizia di Iside. Sembrerebbe, infatti, che il Culto di Maria sia stato “ispirato” proprio dai racconti di Iside (Dea della fertilità e della purezza) e suo figlio Horus (il Dio del Sole) che nasceva proprio il 25 dicembre ed era considerato il Messia. Le stesse rappresentazioni di Iside evidenziano una somiglianza innegabile: Iside, proprio come la Madonna, viene raffigurata nell’atto di allattare Horus ed il suo capo era cinto da un disco solare.

L’ORIGINE PAGANA DEL NATALE

25 dicembre

La maggior parte delle culture influenzate dalla diffusione globale del monoteismo cristiano tramanda che, nella notte fra il 24 ed il 25 dicembre, nasca il “bambino Gesù”. La storia della nascita del Figlio di Dio è conosciuta da chiunque di noi, eppure – scavando in un passato tanto lontano da essere quasi dimenticato – la vicenda di Gesù risuona sinistramente familiare: altri prodigiosi infanti si sostiene essere nati nel medesimo periodo, molto, molto prima che il Cristianesimo approdasse fra le genti.

Un Abate francese sul giornale cattolico La Croix scrisse queste testuali parole:

“Le date e la durata della vita di Gesù Cristo sono incerte.” Le varie sette cristiane non erano in realtà d’accordo su quale fosse la vera data di nascita del Cristo, attribuendone i natali sempre in date diverse tra loro e del tutto discordanti. Gli autori della leggenda della nascita di Gesù il 25 dicembre hanno preso ispirazione dalla natività del Dio Mitra, Osiride, Adonis, Dioniso, Attis che – casualmente – non solo sono nati tutti il 25 dicembre, ma perfino risorgono proprio tra il 23 ed il 25 marzo: data che i cristiani hanno imitato per raccontare la resurrezione di Cristo. La narrazione della nascita di Gesù è stata copiata, infatti, integralmente dalla religione Mitraica nella quale il loro Dio nasceva da una vergine nel IV secolo prima di Cristo. Si racconta che i primi uomini a vedere Mitra fossero stati proprio i pastori mentre i suoi adepti lo conoscevano ed adoravano come figlio di Dio. Una storia i cui dettagli abbiamo sentito raccontare fin troppo negli ultimi millenni.

Per paura che la credenza pagana potesse tornare in auge, i cristiani definiscono la nascita del Bambino Gesù come un avvenimento epocale poiché grazie alla sua venuta si sarebbe redenta l’umanità dal peccato originale. Nulla di diverso, in fondo, da quello che era lo spirito della festa dei Saturnalia (che approfondiremo più tardi): i boia erano in riposo dal tagliare le teste ai condannati, i negozi erano chiusi, gli schiavi potevano accedere alla mensa dei ricchi facendosi servire. Inoltre il Dio Saturno in quel preciso giorno, cancellava tutte le pene e quelli che erano i peccati dei Romani promettendo inoltre, in forma messianica, un domani più bello e prospero di pace e tranquillità.

Indubbiamente concetti molto familiari che ci riportano immediatamente ai principi, non certo originali, tipici del Cristianesimo.

Come già osservato nel citato articolo relativo ai Sabba Pagani, il periodo che diede i natali alla figura di Gesù coincide proprio con uno di essi: il Sabba di Yule, il Solstizio d’inverno.

Clemente Alessandrino (150-216) scriveva d’ignorare la vera nascita del Cristo, né le ricerche degli storici moderni sono riuscite a confermarla. In realtà il 25 dicembre è una data simbolica che si collega al Solstizio d’inverno ed a una festa romana di epoca imperiale. Nel Cronografo, una specie di almanacco composto nel 354 d.C. da Furio Dionisio Filocalo,  è riportato anche un calendario civile, chiamato comunemente Filocaliano, che al 25 dicembre nota «N. Invicti», ovvero Natale dell’Invitto. L’Invitto altri non era che il Sol Invictus, divinità solare introdotta dall’imperatore Aureliano (270-275), che aveva costruito anche un tempio in suo onore nel campus Agrippae, l’attuale piazza San Silvestro.

Ma il Culto del Sole era già presente a Roma grazie all’identificazione di Apollo con Helios e al progressivo estendersi negli ambienti militari della religione Mitraica. Il Sole non era inteso in senso naturalistico, ma come epifania del Dio che crea e governa il Cosmo. Nella teologia neoplatonica, il Sole era il mediatore tra Colui che presiede alle essenze intelligibili e il disco luminoso, il Sole del mondo sensibile, che vivifica la terra e dirige il corso delle stagioni.

Questa teologia si coniugava con il Mithraismo che da un’originaria radice iranica, si era sviluppato tramite l’incontro con la teologia astrale dei Caldei e con riti e credenze dell’Asia Minore. Il mito narrava che Mithra fosse nato da una roccia presso un albero sacro ai bordi di un fiume: aveva sul capo il berretto frigio, stringeva in una mano il coltello sacrificale e nell’altra una torcia. I pastori, che avevano assistito alla sua nascita, gli avevano offerto primizie dei greggi e dei raccolti. Mithra era considerato il figlio del Dio supremo: figlio del Sole e Sole egli stesso.

Il Natale del Sole invitto era stato fissato dall’imperatore Aureliano al 25 dicembre si celebrava con cerimonie e giochi, fra cui trenta corse di carri che si addicevano bene alla sua terza ipostasi, il sole visibile che sul fulgido carro simbolico portava ogni giorno la luce al mondo. Molti cristiani erano attirati da quelle feste spettacolari e la Chiesa romana, preoccupata dalla diffusione dei culti solari e soprattutto dal Mithraismo, temeva che potesse arrestare la diffusione del vangelo, così pensò di celebrare nello stesso giorno il Natale del Cristo come vero Sole.

I Saturnalia

In alcune zone dell’Oriente, fino a dopo l’Anno Mille, è testimoniato il perdurare di manifestazioni pagane associate al periodo solstiziale e fortemente combattute dalla Chiesa. Particolarmente celebre è, ancora oggi, la lunga festività romana legata ai giorni di Saturno (antichissima divinità riferita – non a caso! – al tempo ciclico e stagionale): i Saturnalia.

Si trattava di un lungo ciclo di feste che abbracciava il periodo che oggi va da metà dicembre al Natale. In questi giorni, schiavi e padroni annullavano le differenze sociali, non si andava a scuola e le donne potevano comandare. Tutto finiva “sottosopra”, poiché Saturno si manifestava fra i vivi, disintegrando l’ordine lineare e precario costruito dall’Uomo.

I Saturnalia celebrati dal 17 al 23 dicembre, che la Chiesa cercò di espellere dalla loro collocazione tradizionale per non turbare l’atmosfera natalizia, erano una delle feste popolari più diffuse nell’antica Roma. Istituite in onore di Saturno, queste celebrazioni collegate al Solstizio d’inverno, hanno evidenti connessioni con i festeggiamenti carnevaleschi: attraverso balli e danze si festeggiavano i doni della terra, ci si dava al divertimento ed ai piaceri.

A simboleggiare il potere di Giano-Saturno che irrompeva nella civiltà era il princeps saturnalicius della festa, mascherato. Ai Saturnalia sono dunque legate anche festività “di passaggio”, riferite ad ancestrali divinità iniziatiche. Non a caso dai Saturnalia non deriva solo il Natale bensì anche il Carnevale – di cui parleremo più tardi.

L’origine pagana di Babbo Natale

Dalla figura del noto San Nicola fino al mitico Krampus, il grassottello e bonario Babbo Natale sembrerebbe essere stato protagonista di cambiamenti a dir poco stravolgenti. In ogni parte del mondo si racconta una storia diversa ma con dettagli che ne accomunano la maggior parte.

Il Cristianesimo ci narra la storia del famoso San Nicola, Vescovo di Myra che ritrovò e riportò in vita cinque fanciulli, rapiti ed uccisi; per questo suo “miracolo” fu considerato il Protettore dei bambini – che in seguito fu identificato per comodità nel comune Babbo Natale che tutti conosciamo.

Un’altra tradizione, molto più lontana, vede come protagonista il celebre Dio Odino che ogni anno teneva una battuta di caccia proprio nel periodo di Yule (21 dicembre): così come la tradizione attuale vuole, anche all’epoca i bambini erano abituati a lasciare i propri stivali e calze vicino al caminetto, riempiti di cibo per sfamare il cavallo del Dio; in cambio, Odino avrebbe lasciato ai fanciulli dei doni. Anche l’iconografia di Babbo Natale sembrerebbe non così dissimile dalle fattezze di Odino: un uomo vecchio e barbuto.

In alcune zone della Russia a portare i doni ai bambini sono invece i cosiddetti Demoni/Diavoli che avrebbero premiato i fanciulli meritevoli. Proprio in onore di questi spiriti, i giovani usavano mascherarsi da Demoni cantando canzoni dette Koliadki, che narravano di Demoni e Streghe.

Nelle regioni scandinave compaiono spesso nel folklore del luogo spiriti cornuti portatori di doni nel periodo del Solstizio, esseri che in seguito furono detti gnomi, folletti ed elfi: i tipici aiutanti di Babbo Natale.

Infine, ma non meno importante, vi è il mito dei Krampus. Legata alla già citata figura di San Nicola – di cui si dice abbia sconfitto il Demone e costretto a renderlo suo servitore – vi sono riferimenti al Krampus di gran lunga antecedenti all’avvento del Cristianesimo. I Krampus erano entità dalle fattezze mostruose che, vagando per le città, spaventavano i giovani “cattivi” nel giorno del Solstizio d’inverno.

Sarebbero moltissime le tradizioni connesse alla figura di dispensatore di doni, ben precedenti alla figura cristianizzata di Babbo Natale, ma in questo breve paragrafo ci siamo attenuti semplicemente a dare una superficiale spolverata ai miti più lontani.

L’origine pagana dei canti natalizi e l’abete

Sdoganata la falsa credenza della nascita del Cristo nel cosiddetto periodo natalizio, è interessante notare altre somiglianze dal passato che, stavolta, vedono protagonista non solo il celebre Babbo Natale ma tutti quei simbolismi tipici della festa più attesa dell’anno.

Ne sono un esempio i canti natalizi rumeni detti colinde, da Kalendae Januarii. La sera del 24 dicembre i colindatori visitano tutte le abitazioni del villaggio schiamazzando per le vie e suonando tamburi affinché il gran baccano allontani gli spiriti maligni. La prima colinda è cantata sotto la finestra, poi i giovani entrano nella casa dove recitano le benedizioni tradizionali, cantando e ballando. I colindatori augurano salute e bellezza, simboleggiate da un verde ramo di abete deposto in un vaso ricolmo di mele e noci. La presenza nella festa di un ramoscello di abete non è casuale perché l’abete è considerato in tutta l’Europa l’albero natalizio, simbolo dell’Albero Cosmico che in ogni tradizione rappresenta la manifestazione divina nel cosmo.

L’origine pagana del ciocco/ceppo di Natale, il gioco della tombola ed il panettone

La tradizione del ciocco è quella che, forse più di tante altre, ha fuso in unico simbolo il mito della luce solare e quello vegetale del Dio che muore per rinascere dalle pro­prie ceneri. Sul ceppo si sistemava altra legna che bruciava più facilmente sicché esso si consumava lentamente durante i dodici giorni natalizi fino all’Epifania. Questa antichissima usanza venne interpretata nel primo medioevo in chiave cristiana: era il simbolo del Cristo che si era sacrificato per salvare l’umanità, per sostenere l’uomo nel suo viaggio terreno. Il ceppo doveva bruciare lentamente per dodici giorni, simboli dei dodici mesi dell’anno, e analogo dunque al sole che, nato al Solstizio d’inverno, avrebbe nutrito la terra per un anno intero. Per questo motivo si diceva «domani è il giorno del pane» e si mangiavano nel periodo natalizio dolci a base di farina, fra i quali il più celebre in Italia è il panettone. Quel pane s’incarna nella notte della Natività a Betlemme che in ebraico significava Casa del Pane. Inoltre in arabo Betlemme significa Casa della Carne. Il Cristo alluso dal ciocco, secondo l’interpretazione di Amadeo Costa nel suo Curioso discorso “Il metter Ceppo e abbrugiarsi quel legno o zocco, come diciamo, più grosso e grande del solito, significa che il Cristo volle nascere in terra per distruggere gli Idoli e superstizioni de’ Gentili, illuminando e purgando i petti degli uomini con la verità del suo Santissimo Natale” si trasforma nel pane di Natale e infine con l’Ultima Cena trasforma il pane nel suo corpo.

Ma se dal Cristianesimo scendiamo alle tradizioni precristiane, il ceppo era il simbolo del Dio che governava il destino nel cosmo: nella religione ittita Alalu, personificazione del destino, significava ciocco. Il collegamento antico del ceppo con il destino e con la divinità che lo personifica è analogo al gioco dei dadi – l’attuale tombola – che era tipico dell’antica Roma nel periodo presolstiziale su cui regnava con la falce-lituus Saturno, ovvero l’autore del grande gioco, il grande Prestigiatore.

L’origine pagana del Presepe

La grotta, nel simbolismo precristiano, era il simbolo del cosmo, l’imago mundi come scriveva Porfirio: “Gli antichi consacravano davvero opportunamente antri e caverne al cosmo, considerato nella sua totalità o nelle sue parti”. Era anche il luogo di nascita di molti Dèi: Dioniso, ad esempio, nasce in un antro e la sua nascita è avvolta di luce; anche Hermes nasce in una grotta sul monte Cillene e Zeus in un antro sul monte Diktos, mentre Mithra sorge da una roccia.

Per questi motivi le grotte erano considerate luoghi di culto e di iniziazione. In età ellenistica si usava preparare, durante le feste in onore di Dioniso, grotte che ne commemoravano la nascita: addobbate di fiori, contenevano “letti” per le anime che s’incarnavano. E nel Mithraismo vi erano luoghi di iniziazione dove al mystes veniva insegnata la dottrina del dramma della discesa dell’anima nel mondo e il suo ritorno al cielo dopo prove espiatorie.

I Magi erano originariamente una tribù dell’etnia dei Medi e poi una casta sacerdotale iranica che ebbe una profonda influenza e autorità dalla decadenza del potere dei Seleucidi, eredi della parte orientale dell’Impero di Alessandro, fino alla conquista araba. Pur riallacciandosi allo Zoroastrismo erano, come spiega Bussagli, depositari di un supremo sapere che poteva controllare la corretta esecuzione di un rito e permetteva di avere col Sacro un contatto diverso da quello concesso a un normale sacerdote.

V’è da aggiungere che l’attesa del Salvatore era diffusa in tutto il Vicino e Medio Oriente: basti accennare alla religione Mithraica dove Mithra, figlio del Sole e Sole a sua volta, era considerato il futuro restauratore del cosmo nella pace e nell’armonia.

L’ORIGINE PAGANA DELL’EPIFANIA

6 gennaio

Oggi l’Epifania celebra la manifestazione di Dio agli uomini nel suo Figlio, del Cristo ai Magi. Inizialmente era Epipháneia, ovvero in greco apparizione e in senso traslato manifestazione sensibile di una divinità. Le Chiese cristiane orientali la modificarono in tà Epipháneia ierá con la variante tà Epiphánia ierá, ovvero le feste della manifestazione e infine semplicemente tà Epiphánia, le Epifanie, per indicare le varie manifestazioni del Cristo: la nascita, il battesimo e il primo miracolo di Cana.

Le Meditationes, testi medievali, giustificano la data del 6 gennaio raccontando che «nel tredicesimo giorno della sua nascita Gesù Bambino si manifestò ai Gentili, cioè ai Magi, che erano pagani». E soggiungono che il motivo per cui si deve festeggiare l’Epifania è che «oggi la Chiesa viene ricevuta da Lui nella persona dei Magi poiché la Chiesa è formata dai Gentili, cioè dai pagani. E il giorno della sua nascita Egli apparve ai Giudei, personificati dai pastori, ma solo pochi Giudei accolsero il Verbo, ovvero il Figlio di Dio. Oggi Egli appare ai Gentili, o pagani, e questa è la Chiesa degli Eletti».

Mentre l’Epifania, penetrata in Occidente, diventava prevalentemente la festa della rivelazione di Gesù al mondo pagano, in Oriente la diffusione del Natale romano che cadeva il 25 dicembre trasformava tà Epiphánia, le Epifanie, nella celebrazione del battesimo del Cristo nel Giordano e del primo miracolo.

L’origine pagana della Befana

La Befana è rappresentata in una brutta vecchia che vola su una scopa come una strega, tenendo il manico davanti a sé: una vecchia che scende di notte per la cappa del camino e lascia nelle calze o nelle scarpe dei bimbi doni, dolci e talvolta carbone.

Il suo nome deriva dall’aferesi del latino Epiphânia, che diventa dapprima Pifania, poi Bifania, Befania e infine Befana: tentativo evidente di cristianizzare il misterioso personaggio trasformandolo nella personificazione femminile della festa.

La Befana è la sopravvivenza di una figura arcaica, simbolo di Madre Natura che, giunta alla fine dell’anno invecchiata e rinsecchita, è una “comare secca” da bruciare. Ella offre dolciumi e regalini, che altro non sono se non i semi grazie ai quali risorgerà a primavera come una giovane Madre Natura. Bruciata, offre carbone che, simbolicamente è l’energia latente nella terra, pronta a risorgere col nuovo Sole: la Befana muore per rinascere giovane e fiorente.

Come attestato da moltissime fonti, l’Epifania è una festa che viene dall’Oriente. La data del 6 gennaio corrispondeva in Egitto ad una antica festa pagana dedicata a Kore, la Vergine, identificata con Iside. Si diceva che in questo giorno la Dea aveva generato l’Aion, una divinità Alessandrina, probabilmente risultato di un sincretismo tra le figure di Dioniso e di Osiris. La festa cristiana dell’epifania si sovrappone quindi a questo rituale di origine pagana che comprendeva i temi della delle virtù rigeneratrici dell’acqua e della nascita di una divinità solare. Tutti questi elementi vengono riassunti nell’immagine del Cristo.

L’ORIGINE PAGANA DEL CAPODANNO

Tutto il periodo natalizio è una serie di capodanno che manifestano tradizioni diverse connesse al Solstizio invernale, dall’antico natale romano del Sol Invictus a quello paleoegizio del 6 gennaio. Fra i vari capi d’anno quello legale è fissato oggi alla mezzanotte del 1° gennaio ma fino a qualche secolo fa la data del Capodanno variava secondo gli Stati e in Italia addirittura da città a città. Nell’antica Roma il Capodanno al 1° gennaio che, secondo la tradizione sarebbe stato fissato dalla riforma calendariale attribuita a Numa, stentò a sostituire quello arcaico al 1° di marzo. Le prime notizie certe risalgono al 191 a.C. quando i pontefici fissarono l’inizio dell’anno al 1° gennaio con la lex Acilia de intercalatione, richiamandosi alla tradizione instaurata da Numa e al 153 a.C. quando i Consoli cominciarono da entrare in carica alla stessa data.

In ogni modo, già all’inizio dell’Impero, la tradizione del Capodanno si era consolidata, come testimonia Ovidio nei Fasti dove immagina che il 1° di gennaio gli appaia il Dio Giano spiegandogli le usanze di quel giorno. Gennaio – Ianuarius in latino – era dedicato infatti al Dio bifronte Ianus “che guarda indietro e avanti, alla fine dell’anno trascorso e all’inizio del prossimo”.

Ma, diversamente dal calendario contemporaneo, le Calende di gennaio – in cui si celebravano anche le dedicazioni di due templi, nell’isola Tiberina, a Esculapio e a Veiovis, uno Iuppiter giovane dalle sembianze apollinee – non erano un giorno di vacanza anzi, gli atti lavorativi avevano un valore rituale secondo le prescrizioni di Giano. Oggi invece la giornata di Capodanno è dedicata al riposo dopo la notte di San Silvestro che con la sua atmosfera orgiastica rammenta i Saturnali romani; né ci si scambiano doni perché l’usanza è stata spostata al Natale. Ci si limita a mangiare a pranzo – se non lo si è fatto a mezzanotte – le lenticchie perché si dice che propizino la prosperità economica nell’anno che comincia. Ma forse non si ricorda che anticamente le lenticchie erano vietate in ogni festa o sacrificio perché si consideravano, come le fave, collegate al ciclo delle morti e delle rinascite.

Al primo dell’anno, fino a qualche decennio fa, sopravvivevano anche pratiche divinatorie, tipiche delle dodici notti natalizie, viste come prefigurazioni dell’anno nuovo, perché questo periodo di rinnovamento conterrebbe tutto l’anno nuovo.

Nel medioevo la Chiesa tentò di contrastare le usanze annidatesi all’ultimo dell’anno: gli antichi sacramentari contenevano al 1° gennaio formulari di messe contro l’idolatria (ad prohibendum ab idolis), ovvero contro travestimenti, processioni grottesche (pompae) e rappresentazioni di carattere mitologico. Per quanto riguarda la giornata del primo dell’anno, la Chiesa vinse: non riuscì invece a estirpare l’atmosfera orgiastica della notte di San Silvestro, rimasta l’ultima isola pagana nelle dodici notti insieme alla figura della Befana. Ma non bastava estirpare, occorreva anche sostituire certe usanze con feste che influissero sull’immaginario collettivo: si istituirono dunque, fra il 31 dicembre e il 1° gennaio, alcune solennità che avevano anche la funzione di esorcizzare le presenze degli Dèi preposti a quelle ore, Giano e Giunone, la Grande Madre e Regina celeste dei Romani. A Giunone infatti erano consacrate tutte le Calende di ogni mese perché la Dea, simboleggiata dalla Luna Nuova, ne era la sovrana, tanto che lo stesso Giano veniva chiamato Ianus Iunonius. Inoltre, Giano fu interpretato nel medioevo come un’anticipazione profetica del Cristo.

Ma il Capodanno affonda le sue radici anche tra i Celti, quando la ricorrenza del nuovo anno era celebrata dai Pagani nella notte tra il 31 ottobre ed il 1° novembre con il già citato nome di Samhain.

L’ORIGINE PAGANA DELLA FESTA DEGLI INNAMORATI

14 febbraio

Nella Roma arcaica il mese di febbraio era un periodo di passaggio che segnava il tramonto dell’anno vecchio e la nascita del nuovo periodo in cui tutto si rimescolava. Macrobio spiegava l’etimologia del mese – Februarius in latino – connettendola ai riti purificatori: februare in latino significa appunto purificare, espiare. Ricordava che Numa lo aveva dedicato al dio Februus. Ma fra quei giorni dedicati ai morti e alla purificazione s’inseriva una festa, i Lupercali, dove s’intrecciavano riti di purificazione e riti di fecondazione simbolica: «Lupercali, nel cui giorno le donne sono purificate dai Luperci» spiegava Festo.

Il mattino del 15 febbraio una confraternita di celebranti si radunava nei pressi di una grotta ai piedi del Palatino, chiamata Lupercale e circondata da un fitto bosco dove, secondo il mito, la lupa che aveva allattato poco distante Romolo e Remo si era successivamente nascosta. Erano chiamati luperci, ovvero lupacchiotti: formati da due gruppi, Luperci Quinctiales e Luperci Fabiani, erano diretti da un unico magister. La cerimonia cominciava con l’uccisione di alcune capre e la presentazione ai luperci di due giovinetti nobili ai quali si toccava la fronte con il coltello insanguinato e lo si puliva subito dopo con un batuffolo di lana inzuppata nel latte: i due ragazzi scoppiavano allora a ridere. Poi i luperci tagliavano in strisce la pelle delle capre, si cingevano – nudi – delle pelli strappate alle vittime e cominciavano una corsa sfrenata lungo la Via Sacra partendo dal Lupercale. Correndo, i luperci brandivano le corregge colpendo con esse le donne alle quali era così assicurata la fertilità.

Perciò i Lupercali erano un memoriale di quella corsa e la cerimonia con cui si toccava la fronte dei giovani mediante una lama ricordava allegoricamente il pericolo di morte corso dai gemelli, salvati dal latte della lupa.

I Lupercalia, festeggiati a Roma il 15 febbraio, erano dedicati al Dio fauno luperco, divinità pastorale protettrice del bestiame domestico contro l’attacco dei lupi, invocata al fine di preservare la fertilità. Questa festa fu una delle ultime ad essere abolite dai cristiani ma di fatto continua ad esistere ancora oggi con il nome di carnevale.

Circa 10.000 anni prima di Cristo, uomini e donne usavano dipingersi il viso ed il corpo lasciandosi trasportare dai festeggiamenti: l’uso della maschera aveva la funzione di allontanare gli spiriti maligni e, con il volto coperto, l’uomo non più legato alla propria umanità poteva lasciarsi andare ad atti e comportamenti di solito inusuali.

San Valentino e la festa dell’amore

Su San Valentino si hanno scarse notizie certe e molte leggende: un passo anteriore al secolo VIII narra che viveva a Terni; invitato a Roma per guarire da un’artrosi deformante il figlio di un certo Cratone – dunque era un taumaturgo – fu arrestato per ordine del prefetto Placido perché si rifiutava di sacrificare agli Dèi e venne decapitato. Il suo corpo fu trasferito a Terni e sepolto «in suburbano… non longe ab eadem civitate», dove sorse una basilica trasformata radicalmente nel 1618. La festa fu inserita dal Venerabile Beda nel suo martirologio e attraverso quelli di Adone e Usuardo è passata nel Martirologio romano, ovvero nel catalogo di tutti i santi, al 14 di febbraio.

Alla stessa data è ricordato un altro San Valentino, commemorato anche da Beda e decapitato, secondo la leggendaria Passio Maris et Marthae, nel secolo III per ordine dell’imperatore Claudio il Gotico sulla via Flaminia, dove Papa Giulio I costruì una basilica. In realtà, questo secondo Valentino non è mai stato un santo ma semplicemente il benefattore che finanziò la costruzione della basilica.

La sua collocazione calendariale ispirò infine il patronato sui fidanzati. La festa cade infatti in un periodo particolare dell’anno, quando la natura comincia a dare i primi segni di risveglio dal letargo invernale. Verso la metà del mese di febbraio il Sole comincia a riscaldare la terra facendo sbocciare i primi fiori: così Valentino divenne il santo che preannunciava la primavera imminente. Per questo motivo è stato rappresentato talvolta con il Sole in mano. Durante il medioevo in Inghilterra e in Francia si diceva che il 14 febbraio gli uccelli cominciavano ad accoppiarsi e da allora il martire divenne il patrono degli innamorati.

L’ORIGINE PAGANA DEL CARNEVALE

Si sostiene che il suo nome derivi da Carni levamen, sollievo alla carne e dunque libertà temporanea concessa agli istinti elementari; oppure da Carnes levare, togliere le carni o ancora da Carni vale, carne addio, in riferimento alle orge gastronomiche che esaurivano le ultime scorte di carni prima della primavera. Dunque Carnevale sarebbe sinonimo di periodo orgiastico, di sregolatezza.

Che cosa significa dunque il Carnevale? È costituito dai Saturnali che la Chiesa, per non turbare l’atmosfera natalizia, cercò di espellere dalla collocazione tradizionale ma non vi riuscì del tutto perché le libertà di dicembre si annidarono a lungo nel medioevo fra i giorni successivi al Natale con le usanze carnascialesche dei Santi Innocenti che si svolgevano persino all’interno delle chiese con l’episcopello e le feste dell’Asino. Fino alle soglie dell’età moderna in alcune regioni il Carnevale cominciava addirittura a Santo Stefano, come testimonia un proverbio bergamasco e bresciano: «Dopo Natale è subito Carnevale».

Tra la fine di febbraio e l’inizio di marzo si svolgevano nella Roma antica alcune cerimonie dalle connotazioni carnevalesche. La prima, che cadeva il 27 febbraio, si chiamava Equiria e si ripeteva il 14 marzo. Erano infatti corse di cavalli che si svolgevano al circo di Alessandro oppure sul colle del Celio in un luogo detto Campus Martialis.

Quelle corse, si diceva, dovevano propiziare Marte cui era dedicato anticamente il primo mese dell’anno, Martius, perché il Dio era il padre di Romolo e Remo e dunque padre e protettore di Roma. Gli spettatori che seguivano le gare vedevano nell’arena il simbolo della terra; nelle dodici porte delle rimesse le costellazioni dello zodiaco; nei sette giri di pista previsti per ogni corsa delle bighe o delle quadrighe l’orbita dei sette pianeti. Erano tuttavia scomparsi i cocchi: e la corsa dei bàrberi era diventata il momento culminante del Carnevale.

Questo periodo di cui il transito degli astri era la manifestazione, veniva presentato al popolo con una processione solenne nella quale si figuravano allegoricamente le forze del caos che contrastavano la ri-creazione, ovvero il mito della morte e resurrezione di Marduk, il Salvatore. Nel corteo era rappresentata anche la simbolica nave provvista di ruote su cui la divinità del Sole percorreva la grande via della festa – simbolo della parte superiore dello zodiaco – verso il santuario di Babilonia, la terra.

«Il car naval» afferma Winckler «ancora ai nostri giorni dà nome alla festa, conclude un anno vecchio e ne comincia uno nuovo.» Quel periodo di passaggio, di lotta, di caos da cui sarebbe riaffiorato il cosmo rinnovato – periodo che aveva gli stessi caratteri dei Saturnali romani – veniva trascorso in libertà sfrenata, in una specie di capovolgimento dell’ordine sociale e morale.

Su quei giorni regnava un governatore particolare, un interré, «l’allegro re del mondo capovolto in cui non regnano gli dèi e non c’è più ordine»: quello che in Roma si chiamava rex Saturnaliorum e, dal medioevo, re del Carnevale, destinato a morire alla fine dell’interregno caotico, ovvero del martedì grasso.

Durante il Carnevale ognuno perde la propria identità, i ruoli sono invertiti, così come i sessi, mentre la danza collettiva è orgia dionisiaca, è l’obbedire al Gioco divino che regge il cosmo e infatti i giochi sono tipici di questo periodo. Si è coinvolti in una bufera tragicomica cui non si può non partecipare, dove i comportamenti carnascialeschi diventano obbligatori: si deve “impazzire”. Le maschere a loro volta, già tipiche di dicembre nell’antica Roma, rappresentano l’epifania dei morti che riaffiorano e si confondono con i vivi nel rimescolamento: tutti si comportano da folli e buffoni mentre rumori assordanti alludono alla deflagrazione del vecchio cosmo-anno. Quelle maschere sono in realtà l’epifania della Morte che tutto rinnova.

L’ORIGINE PAGANA DELLA PASQUA

Il concetto di resurrezione e rinascita viene ripreso da un culto pagano in particolare, quello della Dea Eostre, divinità poi diventata anche simbolo di festività: la festa di Ostara. Intorno al 21 marzo, ad Ostara, si celebrava la rigenerazione della natura e la rinascita della vita che coincideva con l’Equinozio di primavera. Nella Roma arcaica l’anno cominciava a primavera, nel mese di marzo sacro a Marte, padre dei due gemelli fondatori della città. Anche in altri paesi del Mediterraneo e del Vicino Oriente l’anno iniziava con la primavera, quando il Sole torna a splendere alto nel cielo e la terra si risveglia.

Ogni anno a Roma, il 14 o 15 marzo, veniva portato in processione un uomo coperto di pelli di capra, colpito con lunghe verghe e chiamato Mamurio Veturio. Ritenuto il mitico fabbro che aveva costruito undici scudi a imitazione di quello sacro donato da Giove al re Numa Pompilio e per questo ritenuto colpevole di sacrilegio, Mamurio era in realtà la personificazione dell’anno vecchio (Veturio da vetus vecchio), il quale veniva scacciato alle Idi di Marzo per far posto al nuovo anno.

All’Equinozio di Primavera, in molte tradizioni ricorreva addirittura la nascita del mondo, come nel Mithraismo, l’antica religione persiana. Il mito narra che Mithra sacrificò il toro cosmico, da cui nacquero tutte le piante e tutti gli animali e poi suggellò la sua amicizia con il Sole offrendogli la carne del toro in un banchetto sacrificale.

La Pasqua è la versione cristiana del tema dell’accoppiamento sacrificale: la discesa di Cristo agli Inferi per salvare le anime dei giusti da Adamo in poi. Gli inferi, nella visione delle tarde religioni pagane non erano altro che l’aspetto femminile della divinità, la Dea in cui il Dio sacrificato si immerge per rinascere, ma i nomi di varie Dee degli inferi (la nordica Hel, la cananea Sheol) sono passati in seguito ad indicare luoghi ultraterreni di punizione eterna.

La primavera era infatti la stagione per accoppiamenti rituali meno cruenti di quello di Attis: gli hieros gamos, le nozze sacre in cui il Dio e la Dea (personificati spesso da un sacerdote e da una sacerdotessa) si accoppiano per propiziare la fertilità. Il Dio Sole inizia a far sentire la sua giovinezza e ad accoppiarsi con la giovane Dea della Terra. Luce e fertilità sono sopravvissuti nel folklore europeo, in cui è rimasta la tradizione di accendere i fuochi di Pasqua sulle cime di alte colline: più a lungo restano accesi, più sarà fertile la terra. I miti primaverili della fertilità sono presenti infatti anche nel Nord Europa. La parola Est, la direzione a cui è collegato l’Equinozio primaverile, deriva da Eostre (o Ostara, “la stella dell’est” cioè Venere) la Dea sassone della fertilità assimilabile a Venere, Afrodite e Ishtar. Eostre ha dato il suo nome anche alla Pasqua nella lingua inglese: Easter per l’appunto. A Eostre era sacra la lepre, simbolo di fertilità.

L’origine pagana del coniglio pasquale

Gli antichi Britanni associavano le lepri alle divinità della Luna e della caccia: ucciderle e mangiare la loro carne era proibito. I Celti abolivano temporaneamente il tabù all’Equinozio primaverile o a Beltane: si trattava di un pasto rituale in cui il corpo dell’animale totemico veniva consumato per partecipare della sua fertilità. I Celti inoltre consideravano la lepre un animale divinatorio e dal modo in cui correva traevano presagi. Anche gli Anglo-Sassoni veneravano la lepre e una caratteristica delle feste primaverili in onore di Eostre era appunto una caccia rituale a questo animale. Nelle tradizioni dei Nativi Americani la Grande Lepre è l’eroe dell’alba, il salvatore, creatore e trasformatore, padrone dei venti e fratello della neve. E’ il Grande Imbroglione, simbolo della mente veloce che supera in astuzia la forza fisica. Inoltre la Grande Lepre si diceva avesse creato la Terra.

Per gli antichi Egizi la lepre era un animale lunare ma anche collegato all’alba, all’est. Osiride risorto è simboleggiato dalla lepre in quanto divinità solare, come pure Thoth, Ermes e Mercurio quali divinità messaggere, dal momento che l’est è il luogo da cui provengono gli Dèi portatori di luce.

Ma la lepre è stata collegata anche alla fertilità e alla sessualità vigorosa, essendo una generatrice veloce e prolifica. I Greci la consideravano sacra ad Afrodite ed a suo figlio Eros. Filostrato diceva che il sacrificio più adatto per Afrodite era la lepre in quanto essa possiede il suo dono di fecondità in un grado superlativo.

Come molti animali sacri dell’antichità, anche la lepre subì nel Medioevo un processo di demonizzazione e venne ritenuta animale di cattivo auspicio, in cui le streghe si trasformavano.

L’origine pagana dell’uovo pasquale

La lepre di Eostre che deponeva l’uovo della nuova vita per annunciare la rinascita dell’anno è diventata l’odierno coniglio di Pasqua che porta in dono le uova, altro simbolo di fertilità.  In realtà l’attuale uovo di Pasqua ha origini pre-cristiane, essendo un antichissimo simbolo di vita, di creazione e di rinascita. Come simbolo di iniziazione l’uovo simboleggia il due-volte-nato, la sua deposizione essendo una prima nascita e la schiusa la seconda.

La nascita del mondo da un uovo cosmico è un’idea universalmente diffusa, e non a caso veniva celebrata alla festa equinoziale di primavera, quando la Natura risorge e le ore di luce iniziano a prevalere su quelle notturne. In numerose mitologie un uovo primordiale è il primo essere ad emergere dal Caos: non sinonimo di confusione o distruzione, ma di condizione primordiale che contiene la potenzialità di tutte le cose esistenti, il Caos è la forza vitale generatrice di tutto ciò che esiste. È l’“Uovo del mondo” covato da una Grande Dea e dischiuso dal Dio Sole. L’uovo è il principio da cui nascono tutte le cose, portando in manifestazione ciò che prima era solo allo stato potenziale. Nell’alchimia l’uovo è il vaso mistico in cui si compie la trasmutazione, un modello della creazione in scala ridotta.

Nel mondo celtico i Druidi chiamavano l’uovo cosmico “uovo del serpente” e custodivano talismani fatti a sua immagine, forse ricci di mare fossili, che si diceva possedessero qualità miracolose. Una leggenda egizia narra come Kneph, il serpente primordiale produsse l’uovo cosmico dalla propria bocca. L’orfismo greco lo raffigurò spesso circondato dall’Ouroboros, il mitico serpente circolare che si morde la coda, quasi a rappresentare il tempo ciclico nel suo eterno ritorno. Ma il serpente disteso è il tempo lineare della storia, e così anche l’uovo con la propria forma simboleggia contemporaneamente il tempo cosmico, circolare e ciclico, e quello storico e lineare. Del resto il serpente rappresenta in molte tradizioni la rinascita, come l’uovo.

L’ORIGINE PAGANA DEL FERRAGOSTO

15 agosto

Nel 18 a.C. il primo imperatore romano istituì alle Calende del mese le Feriae Augusti, le feste di Augusto. Oggi Ferragosto, spostato al 15, è all’insegna del riposo e della vacanza, ma vi si celebrano ancora sagre e feste fra cui la più importante è l’Assunzione al cielo della Beata Vergine Maria. Non diversamente accadeva nell’antica Roma fin dall’epoca monarchica quando le settimane centrali del mese erano costellate di feste in onore di alcune divinità, fra cui Diana al 13 di agosto.

Che la ricorrenza del 15 si sia innestata su un substrato precristiano lo potrebbe confermare la sua origine nel Vicino Oriente dove in questo periodo era festeggiata una Grande Madre, la dea siriana Atargatis, metà donna e metà pesce, considerata la patrona della fertilità e dei lavori nei campi. Probabilmente la sua funzione di protettrice delle attività agricole fu trasferita alla Vergine nei primi secoli durante il processo di evangelizzazione, tant’è vero che ancora oggi in Armenia si benedicono all’Assunta i primi grappoli d’uva matura.

CONCLUSIONI

Ricercare le origini pagane delle cosiddette feste cristiane è un lavoro che potrebbe essere esteso ad altre – innumerevoli – festività e situazioni del calendario cristiano. Non solo i momenti culminanti, presi in esame in questo articolo, provengono dalla manipolazione di Mano Destra, bensì molti altri simbolismi e tradizioni religiose possono essere fatte riemergere. Non è questa la sede opportuna per dilungarsi troppo in dettagli che, sapientemente, hanno evidenziato gli autori dei libri citati fra le fonti bibliografiche sottostanti: opere che consigliamo caldamente di affrontare nel corso dei vostri studi in proposito.

In conclusione, di questo articolo all’insegna delle verità pagane all’origine della menzogna cristiana, possiamo facilmente riscontrare tutte quelle imbarazzanti somiglianze che – da millenni – vengono spacciate per originali, vere e soprattutto proprie di una religione del tutto sterile di tradizione e spiritualità. Una decristianizzazione veritiera, coerente e soprattutto legittima è quel che più di tutto si rende necessario all’alba del Secondo Millennio.

Consci delle reali origini delle festività più famose del mondo e del fortissimo legame che esse hanno con il paganesimo dell’antichità, siamo sicuri che ora tutto sarà visto e vissuto – nonché celebrato – con occhi molto diversi.

Ahsife Oscura

Fonti

Calendario Le feste, i miti, le leggende e i riti dell’anno, Alfredo Cattabiani

Le origini pagane delle feste cristiane, Corinna Zaffarana

Da quando? Le origini degli oggetti della vita quotidiana, Pierre Germa

Feste pagan, Roberto Fattore

Vita medioevale: la festa, Raoul Manselli

Le parole d’oggi: il lessico quotidiano, religioso, intellettuale, politico, economico, scientifico, dell’arte e dei media, Emidio De Felice

La grande enciclopedia di Roma: personaggi, curiosità, monumenti, storia, arte e folclore della Città Eterna dalle origini al Duemila, Claudio Rendina

L’incanto e l’arcano: per una antropologia della Befana, Claudia Manciocco, Luigi Manciocco

Inni sulla natività e sull’epifania, Sant’Efrem

La Befana vien di notte… storia e filastrocche della tradizione, Autori vari

Feste tradizionali, Volume 1, Arturo Lancellotti

Il Carnevale romano nelle cronache contemporanee: Dalle origini al sec. XVII, Filippo Clementi

Religioni e neospiritualità, Leonella Cardarelli

Carnevale: La festa del mondo, Giovanni Kezich

Tocca ferro: le origini magico religiose delle superstizioni su fortuna e sfortuna, Paolo Bartoli

Lunario, Alfredo Cattabiani

Invito al folklore italiano: le regioni e le feste, Paolo Toschi

La vera storia del Natale, Francesco Cuteri

L’eredità degli antenati, Francesco Maria Morese

Carnevale: La festa del mondo, Giovanni Kezich

La memoria lunga: simboli e riti della religiosità tradizionale, Ignazio E. Buttitta

Noncredo n. 43, Paolo Bancale

Dell’inesistenza degli idoli cristiani: Gesù, Lorenzo Divittorio

La storia di Babbo Natale, Carlo Sacchettoni